Gori: «Col Covid uscì la tempra della città. Ma ora si è persa l’intesa con Brescia»

L’INTERVISTA. L’ex sindaco Giorgio Gori ricorda i giorni del lockdown: «Eravamo smarriti, ma riuscimmo a reagire. Essere il simbolo della tragedia ci diede maggiore responsabilità, da lì nacque l’idea della Capitale della Cultura»

«Era una splendida giornata di sole, la città era scintillante, ma drammaticamente vuota. Il tempo era sospeso e noi eravamo smarriti. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo a ognuno di noi e alle nostre famiglie». È ancora forte il ricordo di quel 18 marzo 2020 nella memoria di Giorgio Gori, oggi europarlamentare e allora sindaco della città che stava diventando, suo malgrado, il simbolo internazionale della pandemia. «L’unico appiglio era continuare a lavorare cercando innanzitutto di capire cosa stesse succedendo e di provare a rendersi utili». Erano i giorni della ricerca delle mascherine del dialogo con la Regione per avere più tamponi, dei contatti coi sindaci.

Finché la fotografia di quei camion lungo via Borgo Palazzo non ha cambiato tutto.

«Quell’immagine aprì gli occhi di chi viveva fuori città e fu determinante per un cambio di clima nelle relazioni con il governo e a livello internazionale».

Si è capito subito che sarebbe diventato l’emblema mondiale della pandemia?

«Non posso dire che lo capimmo subito, sebbene colpì tutti noi. Poi nel giro di pochi giorni rimbalzò sui media internazionali e passò persino alla Cnn».

Quale fu la cosa più frustrante?

«La sensazione di essere impotente rispetto alla dimensione di ciò che stava succedendo. Ho sempre cercato di qualificare il mio lavoro nel “fare le cose”. E in quel momento, di fronte a centinaia di persone che morivano, io non stavo facendo niente. Per me era come un fallimento totale».

Che impatto ebbe su di lei il fatto che Bergamo stava diventando il simbolo della tragedia?

«Ci dava un senso di maggiore responsabilità, sebbene al momento non ce ne rendevamo conto. Arrivavano troupe delle tv nazionali e internazionali e noi provavamo a rendere presente quanto era grave la situazione. La decisione di far rientrare le mie figlie dell’Inghilterra finì sulle prime pagine dei tabloid inglesi e per questo arrivò in città una troupe di Sky International. Il racconto di Bergamo fu per gli inglesi un elemento che cambiò il loro modo di considerare il Covid».

E il fatto che potessero esserci conseguenze negative sull’immagine della città?

«È un problema che ci siamo posti dopo l’emergenza ed è da lì che nacque l’idea della Capitale della Cultura con Brescia. Ci siamo detti che se l’avessimo fatta insieme avrebbe avuto un senso innanzitutto per i nostri cittadini. C’era bisogno di tracciare una linea di orizzonte alla quale guardare con speranza».

Un segno di riscossa, preceduto dalla Capitale del Volontariato.

«Una riscossa c’era già stata durante il Covid. Penso che la città abbia retto a quella prova con una tempra straordinaria, facendo emergere l’interesse collettivo davanti al proprio».

C’è un gesto che ricorda più di altri?

«La chiamata al mondo giovanile alla quale risposero più di mille, un piccolo esercito di volontari con il quale abbiamo fatto ciò che altrimenti non avremmo mai potuto immaginare. Poi l’ospedale in Fiera, le donazioni, il contributo di gruppi sociali diversi. Nel raccontare una pagina che continua ad essere principalmente negativa, è importante sottolineare ciò che di positivo la città ha saputo produrre e di cui dobbiamo essere orgogliosi».

Oggi, dopo sei anni, cosa abbiamo imparato da quella tragedia?

«L’epidemiologia ha fatto tanti passi avanti, ci sono reti di monitoraggio più efficienti di allora. Oggi saremmo più rapidi nell’individuare, per esempio, i primi casi. Allora il governo contribuì al ritardo della reazione: tra il 22 e il 27 gennaio due circolari cambiarono i criteri di segnalazione, passando da qualunque infezione respiratoria anomala ai soli sintomatici rientrati dalla Cina. Se la richiesta del 22 fosse rimasta invariata, forse ce ne saremmo accorti prima. Da allora però qualcosa è migliorato, anche la selezione del vaccino ebbe un’accelerazione enorme».

Cosa, invece, c’è ancora da fare?

«Non vedo progressi nella medicina territoriale: in Lombardia i medici di base sono persino diminuiti. Un modello più simile al Veneto avrebbe evitato molti morti: allora tutto fu caricato sugli ospedali, che fecero il 65% delle diagnosi perché i tamponi si facevano solo lì. In Veneto i tamponi li facevano anche i medici sul territorio, intercettando prima il virus. Questa differenza non mi pare colmata».

Ora è tornato tutto come prima?

«Secondo me sì: la tempra e i valori emersi allora restano, ma il sentimento di comunità si è attenuato con il ritorno alla quotidianità. Anche Bergamo e Brescia, con la Capitale della Cultura, avevano iniziato a lavorare insieme con un’idea forte di alleanza stabile, utile anche per imprese, infrastrutture, università. Oggi quella spinta sembra essersi dispersa ed è un peccato».

Restano i progetti del Pnrr.

«Sì. Abbiamo scelto bene gli obiettivi: avevamo un forte deficit di infrastrutture e la maggior parte dei fondi è arrivata lì. Ho però un giudizio meno positivo sul Pnrr nel suo insieme: doveva essere anche un’occasione di modernizzazione, ma l’Italia non è diventata più dinamica».

Si parla di possibili proroghe per i progetti che non termineranno.

«Mi pare che il governo abbia dato garanzie sulle opere in fase avanzata, assicurando che nessuno resterà indietro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA