Bullismo e cyberbullismo, Matteo Copia: «Con i ragazzi serve empatia. La violenza non è mai normale»
LA STORIA. Il comandante della Polizia Provinciale di Bergamo racconta vent’anni di lavoro con i giovani e presenta il suo nuovo libro: un “diario di viaggio” per ragazzi, genitori ed educatori.
Bergamo
«Il bullismo c’è sempre stato», ma oggi a cambiare sono i metodi e il contesto in cui si manifesta. Ne è convinto Matteo Copia, comandante della Polizia Provinciale di Bergamo, che da anni lavora a stretto contatto con i giovani sul tema della prevenzione, ospite anche alla Fiera di Librai nella mattinata di lunedì 20 aprile (il libro è acquistabile anche negli stand della manifestazione).
«Assistiamo a una maggiore ruvidità nei comportamenti dei ragazzi – spiega – anche perché sono esposti quotidianamente a contenuti violenti. Il rischio è confondere la quotidianità con la normalità. Ma la violenza non è mai normale e non è mai una soluzione». Al centro, per Copia, c’è una parola chiave: empatia. «È fondamentale che i ragazzi tornino a comprendere le emozioni degli altri».
«Chi si sente autore dovrebbe fermarsi e chiedersi se ciò che sta facendo può ferire qualcuno; chi è vittima deve chiedere aiuto, cercando un adulto di riferimento; il pubblico ha il potere di interrompere o alimentare la dinamica»
Un percorso lungo vent’anni
L’impegno sul fronte educativo parte da lontano. «Ho voluto mettere nero su bianco tutto ciò che ho imparato dai ragazzi – racconta – per educatori, insegnanti, genitori ma anche per i giovani stessi». Il titolo del libro gioca con le parole: «Da Bullo a Bello», «alla fine cambia solo una parola» è il sottotitolo che specifica: «Piccolo manuale di sopravvivenza per i genitori».
Il filo conduttore è la responsabilità: civile, penale ma soprattutto etico-morale, «quel motore interiore che ci fa distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato».
Il ruolo di autore, vittima e pubblico
Il bullismo è una dinamica complessa, che coinvolge tre figure principali: autore, vittima e pubblico. «Il vero protagonista è il pubblico – sottolinea Copia – mentre autore e vittima rischiano di portarsi dietro uno “zaino” di responsabilità anche più grande di quanto fatto».
Da qui alcuni suggerimenti pratici: «Chi si sente autore dovrebbe fermarsi e chiedersi se ciò che sta facendo può ferire qualcuno; chi è vittima deve chiedere aiuto, cercando un adulto di riferimento; il pubblico ha il potere di interrompere o alimentare la dinamica».
Per spiegarsi ai ragazzi, Copia usa esempi semplici: «Chiedo loro: “Se lo sapesse tua nonna, come lo vivrebbe?”. Questo li aiuta a sviluppare sensibilità».
E lui stesso ricorda i tempi di ragazzo: «Anche per il mio aspetto fisico, ho rischiato di non essere compreso e talvolta di sembrare io stesso l’autore», racconta.
Il ruolo degli adulti: ascolto e presenza
Un altro punto centrale è il ruolo degli adulti. «I genitori amano profondamente i propri figli, ma a volte li tengono così vicini da non riuscire a vederli davvero», osserva. Per questo è importante anche la figura di insegnanti ed educatori, capaci di cogliere segnali spesso impercettibili». Il consiglio è chiaro: ascolto attivo e rete educativa. «I ragazzi hanno bisogno di sentire la vicinanza di adulti competenti, che affrontino il problema senza evitarlo».
Cyberbullismo: la rete amplifica tutto
«Un errore comune? Togliere lo smartphone dopo un episodio»
Se il bullismo non è un fenomeno nuovo, il digitale ne amplifica gli effetti. ««La rete non va demonizzata – precisa Copia – ma è una cassa di risonanza potentissima». Online, infatti, si moltiplicano visibilità, imitazione e identificazione con il gruppo».
Un errore comune? Togliere lo smartphone dopo un episodio. «Così si crea un doppio trauma: quello vissuto online e la privazione di uno strumento che per loro è un mondo». La strada, invece, è l’accompagnamento: educare all’uso consapevole della rete; lavorare sulle emozioni e aiutare i ragazzi a riconoscere ciò che provano».
«Anche io bullizzato»
E lui stesso ricorda i tempi di ragazzo: «Anche per il mio aspetto fisico, ho rischiato di non essere compreso e talvolta di sembrare io stesso l’autore», racconta. Un episodio, però, gli è rimasto particolarmente impresso: un ex compagno di scuola, un tempo “ruvido” nei suoi confronti, anni dopo lo ha contattato per chiedere aiuto. Il figlio stava subendo bullismo. È stata una grande soddisfazione – conclude – e la dimostrazione che il lavoro fatto può davvero fare la differenza».
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