«Sto vivendo la mia seconda vita». La rinascita di Bia, anche grazie al figlio Francesco

LA STORIA. Nella settimana in cui si festeggiano le mamme abbiamo invitato a L’Eco di Bergamo Incontra Bia Freire, brasiliana trapiantata a Bergamo. Qui un incidente stradale nel 2025 le ha causato l’amputazione di una gamba. Racconta la sua forza di vivere una seconda vita con il figlio adolescente, e un progetto sociale in cui crede molto: «Per dare a tutti la possibiltà di stare in piedi».

Bergamo

Dalla tragedia alla consapevolezza, dalla perdita alla rinascita. La storia di Bia Freire, 45 anni, è un racconto di dolore, forza e nuova bellezza. «La mia seconda vita è molto magica» dice lei, nel suo accento brasiliano. Dopo tanti anni in Italia, arrivata a Bergamo per amore, la cadenza non l’ha ancora persa, così come lo sguardo intenso di una che deve ancora fare tantissime cose.

Bia lo ripete più volte, quasi a voler fissare nella realtà qualcosa che, fino a poco tempo fa, sembrava impossibile. Oggi ogni gesto, anche il più semplice, ha un valore immenso: «Tagliare un’unghia per me è tantissimo. Dormire con mio figlio, stare con lui, vedere il mio compagno… tutto è magico». Estetista, vive a Bergamo da vent’anni ed è originaria dell’Amazzonia, in Brasile.

La sua storia professionale nasce prestissimo: a soli 15 anni lavorava già in un centro estetico insieme alle sorelle. «Siamo in otto, tutte parrucchiere o estetiste. Era già nel nostro destino» spiega. Arrivata in Italia, ha dovuto ricominciare da zero. Con determinazione ha aperto un piccolo centro estetico, poi ampliato nel tempo, fino a realizzare un’attività importante. «Non mi bastava mai, volevo crescere ancora». Aveva anche lanciato una linea di costumi, trasferendosi in via Paglia per avere più visibilità. Poi, l’incidente, il 22 aprile 2025: «Non ricordo niente» spiega. Si è fermata perché si sentiva male, poi è scesa dalla macchina, e l’impatto: un’auto l’ha travolta, investita, trascinata fuori strada.

Bia si risveglia il 26 aprile. Intorno a lei, il compagno e le sorelle arrivate dal Brasile. «Ho capito subito che era successo qualcosa di grave». Ma la scoperta più difficile arriva poco dopo: «Mi avevano amputato la gamba».

«Lui mi conosce - racconta Bia -. Diceva a tutti: mia mamma non muore, è un supereroe». Quel legame si è rafforzato ancora di più dopo l’incidente. Francesco è diventato più maturo, protettivo, presente. «Mi portava in braccio appena uscita dall’ospedale, cucinava, faceva la spesa. E quando ho dei momenti difficili, lui c’è sempre»

La sua reazione sorprende anche chi le sta accanto. «Ero sollevata. Ho detto: allora non morirò. Posso crescere mio figlio». In quel momento, tra tubi, ossigeno e terapie intensive, la priorità era una sola: vivere. Ha affrontato complicazioni pesanti, tra cui una setticemia che ha messo seriamente a rischio la sua vita. «Ero attaccata a tutto, non riuscivo a muovermi. Ma ero viva».

Il figlio: «mia mamma è un supereroe»

Francesco, suo figlio, aveva 15 anni. «È stato lui, in uno dei momenti più difficili, a dimostrare una forza incredibile. Quando i medici lo hanno informato dell’amputazione, la sua risposta è stata chiara: “Fatelo. Mia mamma reagirà benissimo. L’importante è che sia viva” ha detto».

«Lui mi conosce - racconta Bia -. Diceva a tutti: mia mamma non muore, è un supereroe». Quel legame si è rafforzato ancora di più dopo l’incidente. Francesco è diventato più maturo, protettivo, presente. «Mi portava in braccio appena uscita dall’ospedale, cucinava, faceva la spesa. E quando ho dei momenti difficili, lui c’è sempre».

Una nuova consapevolezza

Prima dell’incidente, Bia inseguiva la perfezione. «Avevo tutto, ma cercavo sempre di più. Il corpo perfetto, la vita perfetta». Oggi la sua visione è cambiata radicalmente: «Adesso sono perfetta così». E questa nuova consapevolezza è diventata anche una missione. Durante un viaggio in Brasile, ha visto persone amputate senza possibilità di cura o protesi. «Gente ferma da anni, che potrebbe vivere una vita normale ma non può per motivi economici».

Da qui nasce l’idea: non solo aiutare, ma creare qualcosa di duraturo. Una fondazione per «stare in piedi». E si chiama proprio così: «La bellezza di stare in piedi», una fondazione nata dalla sua storia che si propone di aiutare altre persone, in particolare in Brasile, ad accedere a interventi e protesi a chi non ha le risorse per curarsi. «Ho pensato: invece di donare una o due protesi, perché non creare una fondazione? Qualcosa che possa aiutare tante persone, per tutta la vita, anche quando io non ci sarò più» spiega.

La bellezza della seconda vita

Oggi Bia è tornata alla sua vita. Lavora, vive, progetta. In un solo anno ha ricostruito tutto, con una forza che ha colpito anche medici e pazienti. «Sono diventata un punto di riferimento, ma solo per come ho reagito». Ha conosciuto persone straordinarie, anche anziane, che vivono serenamente senza una gamba. «Mi hanno fatto capire che la vita può essere bellissima lo stesso».

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