
Cronaca / Bergamo Città
Venerdì 29 Agosto 2025
Addio all’ex procuratore Adriano Galizzi: il magistrato che non si piegava ai potenti
IL LUTTO. Scomparso mercoledì a 89 anni, 49 dei quali passati in toga. Ha diretto la Procura dal 2004 al 2010. I funerali in forma privata.
«Sono fanfaluche...». Quando voleva essere contundente, Adriano Galizzi sfoderava un lessico démodé capace di suscitare sorrisi nell’interlocutore e che forse a lui serviva per diluire l’irritazione. Era di un’intelligenza elettrica e, durante le non rare intemerate, pareva che dalla sua chioma a raggiera si sprigionassero scintille.
Si è spento mercoledì 27 agosto alla Fondazione Carisma dove era ricoverato dal maggio scorso e dove è allestita la camera ardente (i funerali domani in forma privata). A dicembre avrebbe compiuto 90 anni, 49 dei quali passati in magistratura, per lo più in servizio a Bergamo: pretore, pubblico ministero, giudice civile, presidente della sezione penale del tribunale, responsabile dell’ufficio Gip-Gup e dal 2004 al 2010 procuratore. Un tragitto professionale a zig-zag che farebbe inorridire i sostenitori della separazione delle carriere e che lui ha percorso con perizia, preparazione e impegno, attraversando una stagione in cui, tra spietate batterie di rapinatori, rapimento Panattoni e terrorismo, fare il magistrato a Bergamo non era una passeggiata.
«Oddìo – sorride l’avvocato Roberto Magri, ricordandolo con affetto –, durante il primo periodo di applicazione del nuovo codice di procedura penale, che attribuiva al presidente del collegio meno funzioni, Galizzi aveva faticato a calarsi nel ruolo. Non spettava più al presidente fare domande durante il processo e questo all’inizio gli era pesato. Sembrava un cavaliere senza più spada, ma poi, da persona giuridicamente colta, si era uniformato».
Figlio di un preside di San Pellegrino, scelse la strada della Giurisprudenza, laureandosi al Collego Borromeo di Pavia con una tesi in Diritto civile su «Contratti a favore di terzi». L’anno successivo era alla Sorbona di Parigi dove, grazie a una borsa di studio, frequentò un master in Criminologia e dove conobbe la futura moglie Françoise. «Ci aveva colpito – ricordava ieri lei davanti al feretro – perché era arrivato con un cappotto elegante: sembrava un manager, mentre noi altri studenti eravamo vestiti molto più casual».
E chissà se giacche dai colori arditi, audaci cravatte fantasia e l’impermeabilone nero di pelle in stile Matrix che Galizzi avrebbe indossato negli anni a venire erano la conseguenza di quel giovanile impatto parigino o un’intima ribellione all’ingessatura imposta dai codici sociali.
Alto senso dell’etica
Perché una delle sue battaglie extragiudiziali era quella contro i luoghi comuni. «Un plauso ai finanzieri, che non sono certo dei fannulloni», aveva polemicamente sottolineato nel 2009 nel corso di una conferenza stampa con il suo classico linguaggio diretto, al suono del quale spariva la polvere che solitamente cosmetizza la prosa ufficiale. Aveva un alto senso dell’etica, che a volte sconfinava in rimproveri dalle venature moralistiche nei confronti di artigiani che comparivano in aula da testimoni spazientiti per aver perso ore di lavoro, ragazzi carichi di serate in discoteca che stentavano a ricostruire gli attimi di un delitto, commissioni comunali di paesini della provincia più attente all’organizzazione di gare ciclistiche che ai regolamenti urbanistici.
«È stato la Procura quando la Procura era il corridoio di sinistra al secondo piano di piazza Dante – lo piange Ettore Tacchini, storico presidente degli avvocati bergamaschi –. Lui, Mafferri, Ottavio Roberto, Battilà, meravigliosi pm, uno diverso dall’altro, uno più bravo dell’altro. Lavorare con loro era un piacere, anche se ti trovavi dall’altra parte della barricata. Adriano era davvero bravo, bizzoso, ma preparato e serio. Molto bergamasco. Aveva il suo carattere: era un Galizzi, per capirci».
La moglie: intelligente e generoso
Stessa tempra dei fratelli Gian Pietro, ex sindaco di Bergamo scomparso nel 2012, e Paolo Maria, giudice civile morto due anni fa. «Aveva un carattere fumantino – ammette la moglie Françoise –, ma l’arrabbiatura gli passava subito. Di lui mi avevano colpito l’intelligenza e la generosità». Per amore lei aveva lasciato la laurea nel cassetto («Non sono nemmeno andata a ritirarla») e l’aveva seguito in Italia: prima Genova, poi – su richiesta di Santi Licheri, all’epoca rappresentante del Csm prima di diventare volto tv di Forum – a Bergamo. E dire che, confidava lui, un magistrato bergamasco gli aveva sconsigliato la nostra città per evitare problemi.
«Un gran lavoratore, molto alla mano e pratico. Poteva sembrare burbero a chi non lo conosceva, ma non era così», lo dipinge sua storica segretaria Pina De Nicco.
Era amico di Guido Galli, il magistrato ucciso dai terroristi, con cui aveva fatto pratica nello studio dell’avvocato Armando Nava. Adriano Galizzi era colto, amava l’arte e l’archeologia e fino all’ultimo ha letto libri in francese. «Giravamo con il camper per l’Europa, l’Asia e il Nord Africa per visitare mostre e siti archeologici», racconta la signora Françoise. «Raccoglieva una pietra e ci ricamava sopra come se avesse scoperto chissà che cosa. “Ma, papà, è solo un sasso!?, gli dicevo», ricorda ora divertita la figlia Valentine, farmacista. Ma nonostante vivesse di carte processuali e ragionamenti soppesati, era dotato di un’invidiabile manualità. «In casa faceva molti lavoretti – rivela la moglie –, gli piaceva lavorare il legno, aveva amici che per pagarsi gli studi in filosofia avevano fatto il tirocinio da alcuni falegnami».
La condanna a Umberto Bossi
Nel 1998 aveva condannato Umberto Bossi per una frase («Andremo a stanarli casa per casa») pronunciata nei confronti dei militanti di Alleanza nazionale e i leghisti non gliel’avevano perdonata. L’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli s’era fermamente opposto alla sua nomina a procuratore di Bergamo e più di uno l’aveva additato come toga rossa, lui che comunque aderiva a Magistratura Democratica, la corrente di sinistra delle toghe. Ma le decisioni di Adriano Galizzi non sono mai state influenzate dall’inclinazione politica. Semmai ha sempre pagato la sua indole da hombre vertical, mai prono verso i potenti, allergico ai parolai e ai demagoghi, pronto a scendere in polemica con chi invece avrebbe dovuto temere, se fosse stato un tipo pavido. Come quando, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2009, al rappresentante del governo venuto a dire che le intercettazioni erano uno spreco di denaro, ebbe a replicare: «Non faccia discorsi vaghi, ci dimostri se davvero non servono a portare a processo gli indagati».
«Nella classe politica c’è demagogia: la soluzione è inasprire la pena. La magistratura è allo sfascio, ma l’unico problema sembra sia la separazione delle carriere», non mancò di osservare poco prima di andare in pensione. Era il 2010. A naso, siamo rimasti lì.
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