Cronaca / Bergamo Città
Venerdì 16 Gennaio 2026
Faida per il trasporto dell’ortofrutta, al via il processo per 23 imputati
IN TRIBUNALE . A giudizio i presunti implicati nelle vicende venute alla luce dopo il rogo di alcuni camion in una ditta di autostrasporti di Seriate. Contestata l’aggravante mafiosa.
C’è anche il presunto coinvolgimento della ‘ndrangheta al centro del processo che si è aperto giovedì al Tribunale di Bergamo, con 23 persone imputate a vario titolo. Il procedimento è frutto delle indagini dellab, che presero il via a seguito del rogo che, nel dicembre 2015, distrusse alcuni mezzi della ditta di trasporto b. Un fatto attorno a cui - avrebbero poi ricostruito gli inquirenti – sarebbero ruotati altri eventi, con presunte richieste di intervento ai clan, arrivati al Nord per intervenire per conto dei «concorrenti» nel mercato del trasporto dell’ortofrutta.
Il filone dei presunti fatti al centro del processo iniziato davanti al Collegio presieduto dalla giudice Sara De Magistris (a latere, Alberto Longobardi e Michela Loletto) vede tra i reati ipotizzati l’associazione per delinquere di tipo mafioso, fatture false, riciclaggio di denaro, tentate estorsioni. E c’è pure la contestazione dell’aggravante, per alcuni fatti indicati nelle oltre 70 pagine del decreto di rinvio a giudizio, di aver commesso tali azioni per agevolare la cosca ’ndranghetista Arena di Isola di Capo Rizzuto. Tra i fatti in contestazione, ci sono alcuni fra quelli che - per l’impianto accusatorio – sarebbero stati commessi in Bergamasca.
In primo piano la questione del mercato del trasporto dell’ortofrutta in provincia, con protagonisti Antonio Settembrini (titolare della Ppb) e Giuseppe Papaleo della Mabero di San Paolo d’Argon (nel filone «madre» dell’inchiesta, quello che comprende anche l’incendio dei camion, il primo è stato condannato a due anni e otto mesi, il secondo a otto anni).
Le accuse
Nel filone approdato in aula (in cui Papaleo non è tra gli imputati, bensì parte civile), secondo l’accusa Settembrini e la moglie Francesca Puglisi istigarono esponenti collegati al clan Arena, che minacciarono in modo «implicito ed esplicito» Giuseppe Papaleo, titolare di fatto della concorrente Mabero e «già consapevole dell’inserimento dei suoi interlocutori nella cosca di ‘ndrangheta Arena di Isola di Capo Rizzuto».
Tramite tali minacce «lo costringevano a concordare ogni ulteriore acquisizione di clientela e a rinunciare, in favore della Ppb e della Wintertransport» a delle commesse di trasporti, e tentavano di costringerlo a cedere altri trasporti. E questo in tre occasioni, nel 2018 e nel 2019, secondo l’accusa con l’aggravante del metodo mafioso e «della finalità di agevolare la cosca». Nel corso del primo «incontro», uno degli emissari si presentò come titolare della Wintertransport e socio di fatto della Ppb, dicendo a Papaleo: «Tu sappi che da oggi in poi là i camion sono miei e se ti permetti di bruciare un camion vengo qua, ti brucio a te, i camion e tutta la razza». Asseriva che si sarebbero dovuti spartire il mercato e gli avrebbe imposto di concordare preventivamente l’acquisizione di nuovi clienti. Successivamente, a Papaleo venne intimato di lasciare «il giro» e gli venne contestato di non aver seguito le indicazioni, acquisendo un cliente della Ppb. Tutti gli imputati potranno dare la propria versione dei fatti nel corso del processo.
Giuseppe Papaleo in questo filone non è imputato, ma parte civile. Nel filone madre dell’inchiesta è già stato condannato perché ritenuto il mandante del rogo dei camion alla Ppb.
© RIPRODUZIONE RISERVATA