«La lingua dei segni introdotta per Nicolò ora risorsa per tutti»
LA RISORSA. Il progetto nato in pandemia al Polo infanzia «Papa Giovanni XXIII» di Azzano San Paolo insieme all’Ente nazionale sordi. «Adesso anche i suoi compagni di classe la utilizzano».
Non è solo una questione di accessibilità. È, sempre più, una questione culturale. La diffusione della Lis – Lingua dei Segni Italiana – nelle scuole sta diventando, anche in Bergamasca, uno degli strumenti più concreti per costruire inclusione reale, a partire dall’infanzia.
Negli ultimi quattro anni la sezione provinciale dell’Ens (Ente Nazionale Sordi) ha avviato un progetto, con un team di professionisti sordi e udenti, che ha coinvolto scuole di ogni ordine e grado, con un obiettivo chiaro: rendere la lingua dei segni sempre più conosciuta, utilizzata e condivisa, non solo dalle persone sorde ma da tutta la comunità scolastica. Un percorso che
si inserisce in un contesto normativo cambiato di recente: nel 2021 la Lis è stata ufficialmente riconosciuta come lingua dallo Stato italiano, dopo anni di rivendicazioni. Un passaggio importante che però deve ancora tradursi pienamente in pratica quotidiana nelle scuole. L’iniziativa, coordinata dalla dottoressa Jessica Bennato e dalla presidente dell’Ens Michela Bottini, ha già raggiunto numerosi istituti della provincia: dalle scuole dell’infanzia di Azzano San Paolo e Bergamo, fino alle primarie e secondarie di diversi comuni, tra cui Seriate, Cavernago, Villa d’Adda, Villongo, Foresto Sparso e Treviglio, coinvolgendo le superiori come il liceo Manzù e l’Istituto Galli.
«L’obiettivo è diffondere sempre più la Lis a scuola – spiega Bennato – perché non è uno strumento utile solo alle persone sorde, ma un’opportunità educativa per tutti. Significa aprire nuovi canali comunicativi, sviluppare attenzione, empatia e capacità di relazione».
In Bergamasca le persone sorde riconosciute sono circa 700, di cui una ottantina bambini. Il dato cresce sensibilmente se si considerano anche le persone che hanno perso l’udito in età avanzata, arrivando a circa 2mila. Numeri che evidenziano quanto sia importante lavorare sulla comunicazione e sull’inclusione già a partire dalla scuola. «Portare la Lis nelle classi e far conoscere la sordità – continua Bottini – significa normalizzare la diversità, far capire ai bambini che esistono tanti modi per comunicare. E spesso sono proprio loro i primi a dimostrare quanto questo sia naturale».
L’esperienza della scuola dell’infanzia di Azzano
Tra le esperienze più virtuose, quella del Polo dell’Infanzia «Papa Giovanni XXIII» di Azzano, dove negli ultimi anni si è sviluppato un percorso inclusivo per un alunno sordo. Lo racconta il coordinatore Giuseppe Vadalà: «Tutto è nato il primo anno di asilo di Nicolò, in piena pandemia. Per poter comunicare con lui abbiamo introdotto le mascherine trasparenti
e, da subito, abbiamo avviato un lavoro con la Lis grazie al supporto dell’associazione». Da quel momento, la lingua dei segni è entrata nella quotidianità della scuola: «La utilizzavamo anche all’appello, dove ogni bambino diceva il proprio nome con i segni. Ciò ha suscitato curiosità e ha attivato una dinamica spontanea: i bambini hanno iniziato a comunicare tra loro in Lis».
Il progetto non si è fermato agli alunni: anche gli insegnanti e il personale scolastico sono stati formati, andando oltre i segni di base per integrare espressioni più complesse. E, progressivamente, sono state coinvolte anche le famiglie. «I bambini portavano a casa quello che imparavano – racconta Vadalà – e da lì è nata la curiosità dei genitori. Abbiamo organizzato momenti come gli “aperitivi con i segni” e incontri serali: la partecipazione è stata sorprendente». Oggi una ventina di bambini possiede una base di Lis e riesce a comunicare sia attraverso la lettura labiale sia con i segni. Ma, soprattutto, si è creato un ambiente in cui la lingua dei segni è diventata patrimonio condiviso. «Non volevamo solo costruire un ponte con Nicolò – sottolinea Vadalà – ma creare un contesto in cui tutti si mettessero in gioco. Questa esperienza ha dimostrato che l’unica scuola possibile è quella che include tutti».
Un aspetto che emerge è che la Lis non è utile solo alle persone sorde. Può rappresentare un supporto importante anche per bambini con difficoltà linguistiche o comunicative, ma anche uno strumento educativo più ampio. «Imparare la lingua dei segni – conclude Bennato – aiuta a sviluppare concentrazione, memoria visiva e consapevolezza del corpo. Ma soprattutto insegna che comunicare non è mai un atto scontato: è relazione».
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