Lotta alla leucemia: cellule modificate
con shock elettrico

Una terapia rivoluzionaria all’Asst Papa Giovanni XXIII. Rambaldi: «Si usa il sangue del donatore e non quello del malato». Studio con 25 pazienti, 4 sono bambini.

Un anno e mezzo di pandemia causata dal Sars-Cov2  è stato un periodo  di intensa attività di ricerca per trovare nuovi strumenti di cura contro il Covid, ma non si è mai fermata l’attività di studio e di sperimentazione anche per altre malattie. In particolare per le forme oncologiche del sangue, in primis per la leucemia acuta linfoblastica, sia per i pazienti adulti che per quelli più giovani, in età pediatrica.

E l’ospedale di Bergamo, con il Dipartimento di Oncologia ed Ematologia - diretto dal professore Alessandro Rambaldi, che è docente ordinario all’Università Statale di Milano - e il  Centro di terapia cellulare «Gilberto Lanzani» della stessa Asst, sono in prima linea, con uno studio che, avviato due anni fa, in una prima fase, ha già ottenuto la pubblicazione nel dicembre 2020 sul Journal of Clinical investigation e che ora ha in corso un secondo studio, con 25 pazienti arruolati, compresi 4 bambini (gli altri pazienti hanno dai 25 anni in su), quasi tutti seguiti all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Collaborazione con Monza

Lo studio di ricerca, avviato e condotto grazie a una collaborazione pluriennale con la Fondazione Tettamanti dell’ospedale San Gerardo di Monza,    guidata dal professor Andrea Biondi, riguarda la produzione di un nuovo modello di cellule Car-T. Questo studio  unico per il momento a livello internazionale, propone una nuova e innovativa modalità di produzione delle cellule Car-T con risparmio nei costi di produzione e per possibili nuove applicazioni terapeutiche. 

«Le Car-T, come è noto, sono linfociti T ottenuti dal sangue di pazienti affetti da leucemia acuta linfoblastica o da linfomi che vengono geneticamente modificati in vitro per diventare capaci di riconoscere specificamente le cellule tumorali di questi pazienti. La produzione di queste cellule è oggi sostenuta da grandi aziende farmaceutiche e sono già disponibili per la cura di alcuni pazienti affetti da queste malattie nelle fasi più avanzate e resistenti agli altri trattamenti oggi disponibili   – spiega Alessandro Rambaldi  – . Questa terapia sta rivoluzionando lo scenario terapeutico ma questa rivoluzione è solo all’inizio. Molti studi sono in corso in tutto il mondo per ottenere nuove generazioni di cellule Car-T sempre più efficaci e meglio tollerate. Le cellule Car-T che sono oggi commercialmente disponibili per i pazienti con leucemia acuta linfoblastica, per esempio, possono essere utilizzate solo in pazienti di età fino a 26 anni. La linea di ricerca che abbiamo seguito è stata rivolta a sviluppare cellule Car-T che possano essere, in un prossimo futuro, immediatamente disponibili per il paziente e quindi fossero prodotte non dal sangue dello stesso paziente ma da quello di un donatore sano. Per questa ragione il nostro studio ha avuto come obiettivo non solo pazienti adulti ma anche tutti i pazienti pediatrici che non potevano beneficiare delle cellule commercialmente disponibili. Quindi abbiamo selezionato una casistica di pazienti molto sfavorevole, rappresentata dai pazienti ricaduti dopo trapianto di midollo osseo allogenico. Per queste ragioni, in questi pazienti la produzione delle cellule Car-T è partita dal sangue del donatore di midollo osseo. Il secondo obiettivo era quello di usare una nuova tecnologia per la modificazione genetica di queste cellule che ci permettesse di utilizzare un sistema non basato sull’utilizzo di vettori virali. Questa tecnologia è stata in particolare messa a punto dalla dottoressa Chiara Magnani nei laboratori della Fondazione Tettamanti di Monza. In sostanza,  per spiegare nel modo più semplice possibile, l’informazione genetica con cui modifichiamo i linfociti non è più trasportata dentro la cellula da un virus ma con l’elettroporazione, ovvero grazie a una sorta di shock elettrico, con la quale i linfociti T diventano transitoriamente permeabili all’ingresso di piccole sequenze di Dna capace di modificare stabilmente queste cellule – spiega Rambaldi –. Il terzo punto di novità del nostro programma è stato basato sul tipo particolare di linfociti T che abbiamo utilizzato, definiti come linfociti Cik (Cytokine induced killer) che sono stati caratterizzati nel corso degli ultimi 15 anni da Martino Introna e dal suo gruppo di ricerca del Laboratorio Lanzani di Bergamo. Quando tutto si è dimostrato a punto, la sperimentazione clinica è stata autorizzata dall’Istituto superiore di Sanità e da Aifa. La produzione di queste cellule è quindi in corso sia nei laboratori di Monza che nel laboratorio Lanzani a Bergamo. Poiché questo metodo basato sulla tecnologia dei transposoni si è dimostrato efficace, è potuta partire la sperimentazione clinica che vede attualmente la produzione di queste cellule sia a Monza che al laboratorio di Terapia cellulare Lanzani del nostro ospedale».

La pubblicazione del 2020

I primi risultati clinici sono stati pubblicati a dicembre del 2020 sul Journal of Clinical Investigation e sulla base di questi risultati iniziali l’Aifa ha autorizzato l’estensione dello studio ad altri pazienti. «Possiamo affermare che i risultati dei primi 25 pazienti sono molto promettenti anche se la strada da fare rimane molto lunga – continua Rambaldi –. Ovviamente le cellule prodotte  nel contesto di uno studio clinico sono prodotte grazie a finanziamenti interamente sostenuti da fondi di ricerca e comunque a costi molto inferiori rispetto a quelle commercialmente disponibili, il cui costo attualmente oscilla mediamente tra 300-400 mila euro per paziente. In prospettiva le cellule prodotte con la tecnologia non virale potranno avere costi industriali molto più contenuti».

Collaborazione negli Usa

Ora si aprono scenari importantissimi per un prossimo futuro, rispetto alla produzione delle Car-T realizzate con l’elettroporazione. «Infatti,  va rimarcato che tutto il processo produttivo delle Car- T ha una filiera molto complessa:  la proprietà intellettuale di questa nuova tecnologia è nostra, abbiamo un progetto autorizzato e un prodotto originale nostro e  ora si è aperta una possibilità di collaborazione con una azienda americana che sta aiutandoci nel sostenere i costi di sviluppo e ha in programma l’apertura di uno studio negli Usa con le nostre cellule – conclude il direttore del Dipartimento di oncologia ed Ematologia dell’Asst Papa Giovanni, Alessandro Rambaldi –. È importantissimo, però, far sapere che tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza il sostegno che in questi anni e ancora oggi stiamo avendo dall’Airc, Associazione italiana per la ricerca sul cancro e dalla generosità delle associazioni dei pazienti pediatrici e adulti come la Fondazione Tettamanti di Monza e l’Associazione Paolo Belli di Bergamo che ormai molti anni fa hanno creduto in questo progetto e hanno realizzato il laboratori di terapia cellulare Stefano Verri a Monza e Gilberto Lanzani a Bergamo».

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