Molestò ragazza in via San Lazzaro a Bergamo: richiesta di patteggiamento per un 27enne

IL PROCESSO. Lo scorso 28 novembre il 27enne bengalese aveva molestato una connazionale di 23 anni sull’autobus per poi aggredirla dopo che era scesa dal mezzo pubblico, in un portone in via San Lazzaro, in pieno centro città.

Bergamo

Ha chiesto di patteggiare a un anno e mezzo e di essere scarcerato, il 27enne bengalese, arrestato il 28 novembre scorso in via San Lazzaro a Bergamo dopo che aveva trascinato oltre il portone di un palazzo una connazionale di 23 anni picchiandole e insultandola. Il 29 novembre il giudice Alberto Longobardi aveva convalidato l’arresto delle Volanti disponendo il carcere, mercoledì 14 gennaio il giovane è comparso in tribunale per il processo in direttissima.

Difeso dall’avvocato Stefania Russo, ha avanzato una richiesta di patteggiamento per i 4 reati che gli sono contestati: violenza privata, lesioni, molestie e minacce. Il giudice scioglierà la riserva nell’udienza del 21 gennaio. Data nella quale si pronuncerà anche sulla richiesta di scarcerazione. Il difensore ha avanzato istanza di attenuazione della misura cautelare, proponendo l’obbligo di dimora nella provincia di Catania, dove vive il fratello sottoposto a un programma di protezione internazionale, oltre al divieto di dimora nella Bergamasca. L’accusa si è opposta, sostenendo che, vista la condotta tenuta il 28 novembre dall’uomo, il rischio di reiterazione del reato è alto e tale resta il pericolo sociale.

Il 27enne, che due ore prima era stato processato per furto di alcolici in un supermercato, il 28 novembre aveva adocchiato la ragazza su un pullman Atb. Lei era scesa in via Zambonate, lui l’aveva seguita, fino a quando, dopo alcuni screzi, l’aveva trascinata oltre il portone di un palazzo, bloccandola contro un muro e colpendola con pugni in testa. Per fortuna una giovane ha sentito le urla ed è intervenuta dando l’allarme.

«Sono dispiaciuto, chiedo scusa. Vorrei andare in Sicilia da mio fratello e lavorare in un ristorante», sono le parole che l’uomo ha detto mercoledì in aula davanti al giudice.

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