Cronaca / Bergamo Città
Giovedì 12 Febbraio 2026
Omicidio di via Tiraboschi a Bergamo, chiesto l'ergastolo
IL PROCESSO. Per l’accusa si è trattato di un omicidio premeditato e per futili motivi. Il 18 marzo la sentenza.
Bergamo
Parlando di «esplosione belluina», il pm Silvia Marchina giovedì 12 febbraio ha chiesto la condanna all’ergastolo per Safate Djiram, 28enne a processo per l’omicidio di Mamadi Tunkara, ucciso con 11 coltellate il 3 gennaio 2025 davanti al supermercato Carrefour di via Tiraboschi a Bergamo, dove lavorava come vigilante. L’imputato era stato ritenuto capace di intendere e volere al termine della perizia psichiatrica compiuta dal dottor Massimo Biza, sulla quale martedì in aula le parti non hanno trovato nulla da ridire.
Premeditazione e futili motivi
Per l’accusa si è trattato di un omicidio premeditato, portato a termine per futili motivi. Premeditato perché l’imputato aveva acquistato l’arma del delitto, un coltello da cucina, poche ore prima di aggredire Tunkara. Dai futili motivi perché a originare il gesto sarebbe stata la gelosia per una relazione sentimentale che Djiram sospettava in essere tra la ex fidanzata, una dottoressa italiana, e la vittima, ma che nella realtà non c’è mai stata. Il sostituto procuratore ha messo in rilievo anche l’intensità del dolo, in quanto il 28enne avrebbe continuato a colpire la vittima anche quando quest’ultima era a terra.
I futili motivi
Il difensore, avvocato Veronica Foglia, ha chiesto invece che vengano escluse le due aggravanti. La premeditazione non sussisterebbe perché Djiram, secondo il legale, si sarebbe presentato col coltello non per uccidere bensì perché nella precedente richiesta di chiarimento Tunkara lo avrebbe liquidato con una minaccia: «Se vieni ancora ti ammazzo». E anche perché prima dell’aggressione fatale ci sarebbe stata una colluttazione, in cui la vittima avrebbe colpito l’imputato con una catena per legare la bicicletta (circostanza confermata da una ferita al cuoio capelluto e dal rinvenimento sul lucchetto di alcuni capelli di Djiram). Se avesse premeditato il gesto, ha osservato la difesa, Djiram si sarebbe presentato in un altro orario e in altro luogo, non in pieno giorno nel centro a Bergamo, per di più durante le festività natalizie. Inoltre, la vittima non l’avrebbe affrontato, ma con tutta probabilità avrebbe chiesto aiuto o sarebbe scappato, se avesse visto il 28enne presentarsi impugnando una lama. Più un dolo d’impeto, è la tesi della difesa, in cui l’imputato sarebbe stato in balia degli eventi. I futili motivi, invece, sarebbero da escludere - sempre secondo la difesa - perché la gelosia può essere sì interpretata come premeditazione, ma anche come attenuante: la relazione con la dottoressa «era tutto» per Djiram. Non agisce, quindi, per punire la donna, o per «senso del possesso», ma perché aveva un’idea di futuro con lei e la vede crollare minacciata anche dalla presunta relazione con un altro. L’avvocato Foglia ha invocato il minimo della pena e l’esclusione delle aggravanti. L’avvocato di parte civile, che rappresenta il fratello della vittima, ha chiesto un risarcimento provvisionale di 50mila euro. Il 18 marzo è prevista la sentenza.
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