Cultura e Spettacoli / Pianura
Giovedì 29 Gennaio 2026
Quella ferita aperta degli Armeni ancora in attesa di giustizia
TEATRO. A Fara d’Adda il 31 gennaio l’attore Stefano Panzeri porta in scena «Garò - una storia armena». «È importante tenere viva la memoria di tutti i popoli che hanno sofferto».
La rassegna «Fara teatro e musica» prosegue sabato 31 gennaio alle 20.30 all’Auditorium di Fara d’Adda (piazza Patrioti 3) con lo spettacolo «Garò – Una storia armena» (ingresso euro 5 – per informazioni 0363 688620). Presentato in occasione della Giornata della Memoria, lo spettacolo narra la storia del giovane armeno Garabed Surmelian, della sua famiglia e della sua vita quotidiana nel villaggio di Shevan. È un’esistenza fatta di riti di passaggio, giochi e feste, ma funestata dalla minaccia della giovane classe dirigente turca, portatrice di un’ideologia nazionalista che sfocerà nel più atroce dei crimini: il genocidio. Lo spettacolo - scritto e diretto da Giuseppe Di Bello – ha come protagonista Stefano Panzeri, che interpreta un Meddah, un narratore della tradizione armena, che tocca il cuore degli spettatori con un testo intriso di tragedia e speranza, trasformando il racconto in un rito collettivo di ascolto e partecipazione.
Un’anima che non trova pace
«Il testo mi è stato proposto dal suo autore e leggendolo mi si è aperto un mondo – afferma Panzeri – è una produzione che ha visto sin dall’inizio la collaborazione della comunità armena italiana e che permette di conoscere a fondo la splendida cultura di questo popolo. La figura del narratore che io interpreto si rifà a una figura realmente esistente, il Meddah, un narratore popolare che racconta storie in spazi aperti munito di un bastone e un foulard». Lo spettacolo è stato presentato a Villa Grumello in occasione di una prova aperta per la comunità armena comasca e milanese e poi è entrato nel circuito nazionale, con debutto al Teatro Sociale di Como. «Garò» è la storia di un’anima che non trova pace: è necessario che il Meddah racconti la sua vita, affinché possa riposare in eterno. In questo modo il narratore racconta anche il genocidio, il grande male che ha colpito persino il piccolo e insignificante villaggio di montagna dove è ambientata la vicenda.
Gentilezza e resilienza
«Ho avuto la fortuna di conoscere molti armeni e il 16 aprile porterò lo spettacolo a Yerevan, la capitale dell’Armenia – prosegue Panzeri - Della cultura armena apprezzo la pacatezza e la gentilezza, ma anche la resilienza. Gli armeni che ho conosciuto sono riusciti a costruirsi una vita in Italia, in alcuni casi anche una vita agiata, eppure continuano a soffrire a causa di una ferita ancora aperta». Il genocidio armeno, infatti, non solo è stato riconosciuto in tempi molto recenti (gli Stati Uniti lo hanno riconosciuto nel 2021 con l’amministrazione Biden), ma in realtà è ancora in corso: un’enclave armena nell’Azerbaigian è stata svuotata dei cittadini armeni ad opera della minoranza degli azeri.
In attesa di giustizia
«Lavoro in teatro da ormai 30 anni ed è la prima volta che provo pudore nel recitare. Quando noi attori dobbiamo navigare nel torbido, di solito siamo soddisfatti, perché teniamo alta l’attenzione del pubblico. In questo caso è diverso, perché sono consapevole del fatto che sto calcando la mano non su una cicatrice, bensì su una ferita aperta, che ancora sanguina. E sto sprofondando nella tragedia di un popolo che non ha ancora avuto giustizia. Sono felice di presentare questo spettacolo in occasione della Giornata della Memoria, perché è sempre importante mantenere viva la memoria, ma è necessario farlo per tutti i popoli che hanno sofferto ed estendere il ricordo a tutti i genocidi, anche a quelli ancora in corso e ai quali ci siamo quasi abituati».
Interrogare gli spettatori
Lo spettacolo intreccia identità, cultura e umanità, proponendo un’esperienza che unisce emozione e conoscenza, restituendo dignità alle troppe vite annientate e dimenticate dalla Storia. Secondo Panzeri, l’arte ha un ruolo fondamentale nel conservare e tramandare la memoria storica e il teatro in particolare ha il compito di porre delle domande e creare dei chiaroscuri.«La storia oggi va più veloce, non riusciamo a stare al passo, ci sentiamo costantemente ignoranti. La verità non è direttamente proporzionale al numero di informazioni che riceviamo, quindi anche gli storici devono adeguarsi e proporre un nuovo modo di trasmettere le nozioni. In questo l’arte ha un ruolo fondamentale. Il teatro deve interrogare gli spettatori e questo spettacolo ci spinge a chiederci come può l’uomo essere così cattivo. Quando l’azione violenta arriva a essere così precisa, capillare e sistematica come è avvenuto per il genocidio armeno, significa che l’uomo ha deciso di non essere più uomo».
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