Cisgiordania, se il mondo fallisce l’altra prova

MONDO. Perfino l’ambasciatore degli Usa in Israele ha definito «terroristi» i coloni responsabili dell’assedio alle famiglie palestinesi indifese nel villaggio cisgiordano di Qusra.

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Perfino perché Mike Huckabee, pastore battista, prima di vestire i panni di rappresentante diplomatico era noto per la sua negazione dell’esistenza di un’identità palestinese. Per quanto importanti, le affermazioni che restano senza seguito fattuale lasciano però il tempo che trovano. Le violenze dei giovani fondamentalisti sono aumentate dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, secondo una logica di punizione collettiva esercitata da una milizia privata sponsorizzata dal governo di Tel Aviv e in particolare dall’estrema destra religiosa dei ministri delle Finanze Bezalel Smotrich e della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir che vivono in insediamenti: milizia che assalta villaggi, incendia abitazioni, moschee e auto, distrugge bacini di acqua, ruba bestiame, blocca strade e requisisce terra agli agricoltori palestinesi, nella prospettiva di un’annessione strisciante. Secondo l’Onu solo nei primi tre mesi di quest’anno si sono verificati più di 540 attacchi, 33 palestinesi sono stati uccisi e più di 2.200 sfollati per opera degli invasati criminali, che nei giorni scorsi con il beneplacito dello stesso Smotrich sono tornati nell’insediamento di Ganim dal quale erano stati sgomberati nel 2005.

Le colonie in Cisgiordania

Oggi il 42% della Cisgiordania è ormai occupato da colonie (tutte illegali secondo il diritto internazionale e in violazione delle Convenzioni di Ginevra sul trasferimento di popolazione civile in territori occupati), strade e infrastrutture riservate agli stessi coloni (sono 506mila) e da posti di blocco fissi dell’esercito israeliano. Tre milioni di residenti palestinesi sopravvivono nel restante 68% di territorio. Non solo: in tre anni sono state autorizzate 40.064 nuove unità abitative su terre che le Nazioni Unite riconoscono come palestinesi. Del resto il programma del 22° governo di Tel Aviv, retto da Benjamin Netanyahu, entrato in carica nel 2022, recitava: «La popolazione ebraica ha un esclusivo e inalienabile diritto a ogni luogo sulla terra di Israele. Svilupperemo e promuoveremo insediamenti in tutti i punti di questa terra: in Galilea, nel Negev, nel Golan e in Giudea e Samaria».

Il primo ministro è stato di parola anche il 7 ottobre 2023 quando annunciò non giustizia dopo la strage di Hamas ma «scateneremo una poderosa vendetta facendo di Gaza terra bruciata». In quella terra bruciata sopravvivono 2,3 milioni di persone in condizioni disumane, in tende fra macerie, senza acqua potabile, cibo e medicinali necessari a rispondere ai bisogni in crescita, a fronte della distruzione anche dell’economia di sussistenza. Il «Board of Peace» sbandierato cinicamente da Donald Trump come pace raggiunta ha prodotto finora solo il progetto di installare container per civili e una caserma per le truppe marocchine di «stabilizzazione» a Rafah. Altroché città futuriste di grattacieli... Secondo il piano, Hamas avrebbe dovuto disarmarsi ma contestualmente Israele ritirarsi progressivamente dalla Striscia mentre ha esteso la presenza del suo esercito al 65% del territorio dove sono stati sbriciolati anche gli scheletri dei pochi edifici rimasti in piedi. Le pratiche genocidiarie, i 70mila palestinesi uccisi dal 2023 (19mila minori) hanno sì indebolito Hamas ma non annientata.

L’inazione della comunità internazionale

L’abisso di Gaza è stato possibile anche grazie all’inazione della cosiddetta «comunità internazionale» , compresa l’Unione europea che invece ha giustamente sanzionato la Russia e imposto l’embargo sulle armi agli invasori dell’Ucraina smembrata e martoriata. Certo Mosca e Tal Aviv vivono due condizioni diverse. Lo Stato ebraico è in guerra con i suoi vicini dalla nascita (ma ha siglato accordi di pace con Egitto e Giordania), l’Iran e organizzazioni islamiste ne vorrebbero l’annientamento, però non esercita la difesa legittima e non ha mai riconosciuto il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. È in atto invece il progetto della Grande Israele che, se realizzato, non porterà pace, semmai ulteriore destabilizzazione regionale. Ed è inquietante l’evidenza che sia Netanyahu che Trump usino la Cisgiordania e Gaza come prova di forza per accrescere consensi in vista delle elezioni in autunno in Israele e di midterm negli Usa.

L’Ue continua vergognosamente a non mettere in atto un percorso alternativo. Non sanziona nemmeno i prodotti che arrivano da quelle colonie che riconosce essere illegali, tradendo se stessa e i principi sui quali è stata fondata, oltre che un popolo sotto occupazione militare da quasi 60 anni.

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