(Foto di EPA/BONNIE CASH)
MONDO. Se si tornasse improvvisamente nel mondo antico, oggi la Persia di Serse – come dopo la battaglia delle Termopili (480 a. C.) – canterebbe vittoria sul mondo occidentale.
Lettura 2 min.Tornando ai giorni nostri, in queste ore in Europa, nei Paesi del Golfo, in Africa, in Indocina, Estremo Oriente, di fatto in tutto il mondo, si tira un enorme, liberatorio respiro di sollievo per la probabile chiusura (si spera oltre i due mesi previsti dal Protocollo d’Intesa) di uno dei fronti di guerra – quello iraniano –, le cui conseguenze economiche peggiori si avvertiranno probabilmente nei prossimi mesi. Nel progressivo processo di riapertura dello Stretto di Hormuz, petrolio, fertilizzanti, medicinali e prodotti petrolchimici dovrebbero riprendere a fluire con una certa continuità garantendo un approvvigionamento indispensabile per le nostre economie. Per Trump l’interruzione delle ostilità in Iran non è nemmeno la «vittoria di Pirro», ma è una vera e propria sconfitta a più livelli che mina dalle fondamenta la credibilità della superpotenza Usa.
L’altolà è arrivato per primo da Riad, da Abu Dhabi, Mascate, Doha, Kuwait City, ed è stato tanto efficace quanto più verosimilmente ha toccato gli interessi personali del presidente americano notoriamente in affari con gli emiri e i sultani di quella regione. Non va nemmeno sottovalutato il contributo della Cina che, in cambio delle volute ambiguità di Trump sul nodo di Taiwan, potrebbe aver fatto significative pressioni sul regime iraniano per la riapertura dello Stretto. Infine le esigenze di politica interna (elezioni di medio termine, Mondiali di calcio, inflazione crescente) hanno spinto il tycoon americano a sottoscrivere un accordo, anche pagando un prezzo politico elevato.
Il fragile compromesso che si spera venga siglato «ad horas» (salvo imprevisti sempre possibili), prevede in un primo stadio la fine delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz e la progressiva (e condizionata) rimozione di sanzioni economiche nei confronti di Teheran, che potrebbe vendere liberamente sul mercato il proprio petrolio. Viene lasciata a negoziati in un secondo momento la questione più spinosa: la quantità di uranio arricchito in mano agli iraniani. L’accordo assomiglia molto all’uscita di scena, ingloriosa e forse temporanea, degli Usa dal Medio Oriente analogamente a quanto successo con il conflitto in Ucraina, derubricato a non prioritario.
Con il defilarsi dal dossier iraniano, il presidente americano ha di fatto sconfessato l’alleato Netanyahu che non ha ottenuto nessuno degli obiettivi che si era prefissato all’inizio delle operazioni militari in Iran, se non quello di indebolire militarmente il regime dei Pasdaran e dei suoi alleati Hezbollah.
Nella consapevolezza di non poter opporsi a un accordo siglato dagli Stati Uniti, il leader israeliano non sembra voler rinunciare alle operazioni militari e all’occupazione di parti significative di territorio in Libano. Per la leadership a Gerusalemme, è tassativo mostrare alla propria opinione pubblica un significativo successo in vista delle elezioni in autunno.
Ma perché la macchina da guerra americana e l’esercito più potente del Medio Oriente non hanno prevalso militarmente contro gli iraniani? Perché le guerre non possono essere vinte con bombardamenti, anche intensi e prolungati. L’«air power» può punire e degradare, ma senza una forza a terra difficilmente conquista, controlla e soprattutto traduce il danno militare in vittoria politica. Ne sono esempio le campagne militari americana nel Vietnam del Nord nel secolo scorso, israeliana in Libano nel 2006, saudita in Yemen dal 2015 al 2022 etc.
Netanyahu ha fatto balenare a Trump il «miraggio» di un cambio di regime con la decapitazione delle autorità clericali (la Guida Suprema Khamenei in primis) ignorando una realtà politico-militare ben più articolata, strutturata su più livelli e organizzata attorno ai vertici militari che controllano i gangli economici essenziali per la società iraniana.
Se è vero che l’Iran non ha mai rappresentato una minaccia esistenziale per Washington, un eventuale cambio di regime a Teheran avrebbe portato vantaggi economici e geopolitici. L’Iran, una della «triade» (Cina, Russia e Iran) pericolosa di Stati rivali che oggi esporta l’80% del proprio petrolio in Cina, sarebbe entrata nell’orbita americano-israeliana riportando sotto influenza occidentale una quota rilevante dei flussi energetici destinati a Pechino. Ogni ambizione di ciò che possiamo definire come il «neo-imperialismo» americano in Groenlandia, Africa Centrale, Canada, Cuba e in Sudamerica, va letta nell’ottica di una lotta senza quartiere per accaparrarsi le risorse cruciali nella guerra tecnologica che divide i due giganti planetari e definirà nei prossimi decenni gli equilibri mondiali.
C’è da sperare che l’ultima avventura militare faccia capire all’America quanto sia importante che rimangano sempre spazi per una convivenza nella rivalità per evitare che ci si infili nella «trappola di Tucidide», cioè in un conflitto disastroso fra Stato emergente (Cina) e potenza relativamente in declino (Usa).
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