Il destino di Gaza, proliferano i paradossi

MONDO. Si scrive Gaza ma si dovrebbe leggere Israele. Perché sono proprio le vicende interne dello Stato ebraico, oggi, a dettare il passo per la realizzazione del compromesso di pace che Donald Trump era riuscito a far accettare a Benjamin Netanyahu e ai dirigenti di Hamas il 14 ottobre dell’anno scorso.

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Il 27 ottobre di quest’anno, invece, si terranno le elezioni parlamentari israeliane e Netanyahu, che vede la sua maggioranza a rischio, non può cedere di un millimetro dopo anni di guerra permanente su molti fronti. Quindi insiste: nessuna ritirata dell’Idf, nessuna ricostruzione finché Hamas non avrà consegnato l’ultimo mitra e l’ultimo tunnel (che Israele considera armi offensive) non sarà distrutto.

Le elezioni il 27 ottobre

E non basta: i sentimenti dell’ultra destra fondamentalista, i cui seggi possono risultare decisivi, sono coltivati dal solito Itamar Ben Gvir, il ministro della Sicurezza che rinnova i propositi più feroci dicendo che nella Striscia, dove dal famoso accordo sono ormai morte altre 1.500 persone, bisognerebbe uccidere 30-40 uomini per notte. Il ministro della Difesa Israel Katz ordina all’esercito di passare in Cisgiordania tutti i poteri alla polizia, senza distinguere tra aree controllate da Israele e aree sotto la giurisdizione palestinese, facendo così fare un ulteriore passo all’annessione della West Bank. E per non sbagliare, l’esercito israeliano continua l’opera di demolizione del Sud del Libano mentre l’aviazione bombarda l’aeroporto militare di Idlib, nel Nord della Siria. È abbandonato da anni ma serve per la propaganda.

Il ruolo del superconsulente Blair

Di fronte a tutto questo assai poco possono il superconsulente Tony Blair e il direttore del «Board of Peace» Nikolay Mladenov, che hanno affiancato Jared Kushner, il genero e inviato di Trump, nel difficile compito di trattare con Netanyahu. Si capisce che Trump ci prova, vorrebbe smuovere qualcosa anche perché un qualche successo servirebbe anche a lui, in caduta libera nei sondaggi (33% di approvazione, record negativo dei suoi mandati) a soli due mesi e mezzo dalle elezioni di metà mandato. Ma non ce la può fare, perché non c’è solo la reticenza di Netanyahu.

Hamas, per parte sua, fa finta di niente: rinnova i quadri, nomina dirigenti (Khalil al-Hayya è diventato a luglio capo dell’ufficio politico) dalla ridotta aspettativa di vita e si tiene stretto il residuo dominio sulla povera popolazione della Striscia, che nessuno aiuta a liberarsi del giogo.

Il giogo di Hamas

Hamas non cederà mai le armi, questa è la realtà, né accetterà di dissolversi, qualunque sia il prezzo che dovranno pagare i palestinesi. Proprio come Netanyahu non accetterà mai di ritirarsi dal 64% della Striscia che Israele controlla, non importa quanti altri palestinesi innocenti dovrà far morire per dare la caccia ai miliziani.

Nel dramma proliferano i paradossi. Sette gazawi su dieci sopravvivono solo grazie agli aiuti umanitari, i medicinali non arrivano (sono lo 0,5% dei beni che entrano nella Striscia, dati dell’ong «Emergency»). Ma l’unico accenno di «ricostruzione» per ora è la decisione di costruire una base per i soldati del Marocco, che dovrebbero fare da istruttori alla Forza internazionale di pace. E nei giorni scorsi sono arrivati in Israele, per colloqui con i colleghi israeliani e americani, militari dell’Uganda e del Burundi, che dovrebbero appunto far parte di quella forza. I Paesi che hanno già aderito sono Kosovo, Albania e Kazakstan. Col massimo rispetto: ve li vedete tutti insieme a Gaza?

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