Iran, Trump favoleggia e si rivolge agli Usa

MONDO. Forse a causa dell’ormai incombente voto di metà mandato (3 novembre), nei discorsi di Donald Trump è diventato ormai quasi impossibile distinguere la dimensione domestica da quella internazionale.

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È capitato anche con l’intervento di ieri all’81a Assemblea generale delle Nazioni Unite, l’ultima tra l’altro sotto l’egida del segretario Antonio Guterres. Quando Trump dice che le prossime elezioni non lo riguardano perché si votano i partiti e non lui, a chi parla? Quando ripete la favola dell’Iran prossimo alla bomba atomica, chi vuole convincere: la platea internazionale, che sa bene come sono andate le cose, o gli elettori del Texas o del Wyoming, arrabbiati per i prezzi record dei carburanti? Quando minaccia l’Iran di annientamento in caso di mancato accordo, chi vuole spaventare?

I pasdaran non sembrano molto impressionabili e al resto del mondo la prospettiva pare irrealistica o preoccupante. Per non dire di quando definisce i narcotrafficanti «l’Isis dell’emisfero occidentale». Un’immagine azzeccata, dietro cui però si nasconde l’accaparramento manu militari del petrolio del Venezuela, che nei giorni scorsi ha anche «liberamente» deciso di trasferire 4 miliardi di riserve auree (31 tonnellate) dalla Banca d’Inghilterra alla Federal Reserve Usa.

Insomma, si ha la sensazione che Trump parli a noi per farsi sentire dagli americani, per convincerli che tutto va per il meglio e che lui, ostinato nel descriversi come un grande

Quando Trump minaccia l’Iran di annientamento in caso di mancato accordo, chi vuole spaventare?

realizzatore di accordi di pace, pensa solo al loro benessere. Non c’è nulla di male se Trump, preparando un voto che può essere decisivo per la sua presidenza, cerchi di lisciare il pelo all’elettorato. Dal leader della più grande potenza mondiale, però, ci si aspetterebbe qualcosa in più, un respiro più ampio. Non, per esempio, la ricorrente polemica con una manciata di giornalisti che, a suo dire, lo trattano male sui media. Soprattutto tenendo presente il contesto di questa Assemblea generale a cui, peraltro, manca la delegazione palestinese a cui gli Usa del grande pacificatore non hanno concesso il visto d’ingresso.

Prima e dopo il discorso all’Onu, Trump ha incontrato Emmanuel Macron e Andy Burnham, che gli hanno rappresentato la necessità di appoggiare con decisione l’Ucraina. Poi il presidente ucraino Zelensky, con il quale, ha detto Trump, è stata «ipotizzata una via d’uscita per la guerra», come peraltro dice da quando è tornato alla Casa Bianca. E oggi arriverà negli Usa Xi Jinping, leader di una Cina che ha portato al minimo degli ultimi vent’anni gli investimenti in buoni del Tesoro Usa, ha ottime relazioni con l’Iran e aspetta il 10 novembre per vedere che cosa Trump sarà disposto a concedere perché sia prolungata la «tregua commerciale» che permette alle aziende Usa di acquistare prodotti delle terre rare cinesi. È probabile che a Taiwan di questi tempi dormano sonni agitati.

Dal leader della più grande potenza mondiale ci si aspetterebbe qualcosa in più, un respiro più ampio

E poi l’Arabia Saudita tenuta in scacco dagli Houthi dello Yemen, la Danimarca che festeggia l’accordo con gli Usa sulla sicurezza della Groenlandia (minacciata da chi, esattamente?), la sfida sull’Intelligenza Artificiale con la solita Cina (che non ha, però, i pezzi grossi della Silicon Valley a chiedere di frenare), le parole del segretario Guterres sulle azioni israeliane in Cisgiordania che «evocano lo spettro della pulizia etnica». Ecco, di fronte a un mondo così, l’inquilino della Casa Bianca avrebbe il dovere di tracciare una prospettiva, una traiettoria verso il meglio. Altrimenti dovremo prenderlo sul serio quando dice di «aver ridisegnato la scena mondiale». E magari chiedergli se si rende conto di ciò che ha fatto.

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