Mappa del voto, l’errore a sinistra

ITALIA. Scambiando un dato della realtà per un giudizio di valore, la scivolata di Bonaccini non fa che tradire una debolezza strategica.

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Pronunciando l’ormai famosa frase - «Il voto a destra è un consenso che arriva in maniera maggioritaria da chi ha poco studiato, da chi vive nelle aree interne o nelle periferie» - Stefano Bonaccini ha commesso l’errore antico e rovinoso della politica moderna: scambiare un dato della realtà per un giudizio di valore.

La trappola

A guardare i numeri, il presidente del Pd dice una verità. Le mappe elettorali parlano chiaro: la destra sfonda nelle periferie urbane, nei piccoli comuni e tra i ceti meno scolarizzati, mentre il centrosinistra domina nei centri storici e nei capoluoghi. È una fotografia sociologica. Il problema nasce quando quella fotografia viene usata come una clava morale, trasformando la statistica in un assioma: da una parte ci sarebbero i colti e i giusti, dall’altra i retrogradi e gli ignoranti. Un tempo, questo schema ha funzionato piuttosto bene nell’immaginario collettivo. Non più oggi. Per questo motivo Bonaccini è incappato in un sostanziale autogol. Innanzitutto, è caduto nella trappola di presentare la sinistra come la «parte intelligente» del Paese. È l’antico pregiudizio del Partito comunista quello di considerarsi un «intellettuale collettivo» che indica al popolo la strada maestra della storia. Una fallace presunzione che porta a guardare con alterigia chi vota diversamente, derubricando qualsiasi protesta sociale o forma di disagio a semplice incoltura o analfabetismo funzionale.

Una frattura profonda

In secondo luogo, spinge a giudicare gli elettori, invece che a sforzarsi di capirne i bisogni. Si tratta di una disposizione ideologica che finisce con lo spezzare l’elemento base di ogni democrazia: il dialogo. Se dici a chi lavora e fatica che vota male perché non ha studiato abbastanza, l’unica risposta che otterrai sarà di perdere la sua fiducia. Ma perché la sinistra s’è incuneata in questo vicolo cieco? Forte della propria egemonia negli ambienti culturali e nei media tradizionali, essa ha trasformato il consenso dei «ceti colti» in una bandiera di superiorità. Non si è accorta di esser caduta in una trappola: ha perso quel mondo popolare che ne costituiva il nucleo storico. La sua base si è via via ristretta a dipendenti pubblici, alla scuola, all’informazione, alla borghesia intellettuale, alle professioni più qualificate. Tutte categorie sociali ad alta concentrazione urbana, residenti nelle cosiddette «zone Ztl». Al contrario, la destra raccoglie il grosso dei suoi consensi nei settori del lavoro privato produttivo: partite Iva, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti, anche operai. Uno spaccato sociale ben ritratto dalla mappa elettorale. Il centrosinistra vince quasi sempre nei grandi capoluoghi: da Milano a Brescia, da Bergamo a Mantova, da Roma a Napoli. Ma basta spostarsi nella provincia profonda, nei distretti industriali e nei piccoli comuni, per vedere la destra vincere. È la rappresentazione visiva di una frattura profonda: la città connessa con i flussi della globalizzazione sceglie il centrosinistra; la provincia laboriosa - spaventata da inflazione, tasse, microcriminalità e concorrenza estera - si rivolge alla destra.

La transizione

Il fatto è che negli ultimi trent’anni la sinistra ha cambiato radicalmente la sua offerta politica. Tramontate le grandi ideologie del Novecento, scomparsi i partiti che vivevano nelle fabbriche e nei quartieri, «il partito dei lavoratori» ha spostato il proprio baricentro sui diritti civili, sulle battaglie etiche, in una parola sulla cultura woke. La sua agenda politica trova terreno fertilissimo tra i ceti benestanti e istruiti delle metropoli, ma lascia del tutto scoperte le necessità materiali delle classi popolari. Chi vive in periferia o nei Paesi dell’interno non ha come priorità le battaglie post-materialiste. Deve fare i conti con la sicurezza, i trasporti che non funzionano, la precarietà, le tasse, la perdita del potere d’acquisto. In assenza di risposte su questi temi, la destra ha gioco facile nel proporsi come lo scudo protettivo degli «esclusi dalla globalizzazione». La spaccatura non è tra intelligenza e stupidità, tra cultura e ignoranza, ma tra astrazione e concretezza: tra l’astrazione dei diritti universali e la concretezza delle tutele quotidiane.

La scivolata di Bonaccini, in fondo, non fa che tradire la debolezza strategica della sinistra, la sua difficoltà di parlare a chi sta in basso nella scala sociale, agli esclusi e ai perdenti della nuova economia mondiale.

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