( foto ansa)
MONDO. Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 2023 il terremoto che sconvolse le regioni a cavallo fra Turchia e Siria provocando 60mila vittime, ad Aleppo, fra le città più colpite dalla guerra iniziata nel 2011, provocò anche il crollo dell’antica Cittadella e spazzò via pure edifici distrutti dai bombardamenti e ricostruiti.
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Nell’ottobre 2025 piogge torrenziali e inondazioni coinvolsero almeno 600mila persone in Sudan, dove è in corso un conflitto con crimini agghiaccianti e secondo l’Onu la crisi umanitaria più grave al mondo, allagando anche campi di sfollati e lasciando i sopravvissuti senza cibo e acqua pulita. Nel marzo scorso una tempesta ha spazzato via centinaia di tende nella Striscia di Gaza dove famiglie sono lasciate in condizioni disumane. Nel settembre 2025 il sisma ha colpito l’Afghanistan (è successo anche ieri peraltro) uccidendo 1.172 bambini, in un Paese riconsegnato dagli Stati Uniti e dagli alleati al regime repressivo dei talebani nell’agosto 2021. Un inciso a questo proposito: nei giorni scorsi a Bruxelles si è tenuto un vertice tra cinque rappresentanti dell’Emirato, alcuni funzionari della Commissione europea e di 15 Paesi membri. Oggetto dell’incontro non i diritti di donne e minori costantemente e brutalmente violati dal regime di Kabul, ma il rimpatrio di afghani irregolari che, secondo quanto dichiarato da una portavoce della Commissione, «hanno commesso reati gravi o rappresentano una minaccia per la sicurezza». Ma la testata «Euronews» ha visionato l’invito: fa riferimento soltanto al rimpatrio dei «cittadini senza diritto di soggiorno nell’Ue», non menzionando eventuali reati penali accertati. Eppure nell’agosto 2021 anche dall’Europa si disse «non vi lasceremo soli», mentre ora chi è scappato da repressioni e miseria verrà riconsegnato agli aguzzini.
È lungo l’elenco della sovrapposizione fra cosiddetti disastri naturali, conflitti e altre sventure che colpiscono popoli. Appartiene a questa lista il Venezuela, devastato dal terremoto con un bilancio di vittime destinato all’ordine delle decine di migliaia. Fra gli Stati più distrutti c’è La Guaria: qui nel 1999 una frana seppellì migliaia di persone. Come è noto, il presidente Nicolás Maduro è in una prigione degli Stati Uniti dal 3 gennaio scorso, dopo che Donald Trump ordinò un blitz per prelevarlo dalla sua residenza a Caricas. L’obiettivo non era liberare la popolazione dal regime ma prendere il controllo del Paese e delle sue ricchezze naturali (petrolio e altre materie prime) sfilando alla Cina uno dei fornitori, nell’ambito della contesa geopolitica ed economica con Pechino
Caracas è ora necessariamente filo americana. Lo Stato è segnato da corruzione e povertà (condizione nella quale si trova circa l’85% della popolazione, 4 milioni di profughi solo nel 2015), ad aprile la Casa Bianca ha revocato le sanzioni alla Banca Centrale e la dollarizzazione di fatto è iniziata dal 2019
Finora nella vita dei venezuelani non è cambiato molto. La Casa Bianca ha consegnato la guida del Paese alla vice presidente di Maduro, Delcy Rodríguez, che nella precedente amministrazione aveva la responsabilità della macchina repressiva. «Obtorto collo», è però variata la direzione: Caracas è ora necessariamente filo americana. Lo Stato è segnato da corruzione e povertà (condizione nella quale si trova circa l’85% della popolazione, 4 milioni di profughi solo nel 2015), ad aprile la Casa Bianca ha revocato le sanzioni alla Banca Centrale e la dollarizzazione di fatto è iniziata dal 2019. La miseria nella quale versa il Paese rappresenta un deficit per le azioni di soccorso interne ai sopravvissuti del sisma - mancano medici, farmaci e ambulanze - e per la ricerca dei dispersi. Come e più che altrove, sono quindi assolutamente indispensabili gli aiuti internazionali.
Attribuire a un destino cinico i disastri naturali è sbagliato perché sono generati anche da azioni umane. Il cambiamento climatico è prodotto dall’inquinamento atmosferico: non è una «fake news», come stiamo verificando letteralmente sulla nostra pelle in queste giornate torride. Il numero delle vittime dei terremoti e delle alluvioni è determinato pure (non solo nel Sud del mondo) da edificazioni in zone a rischio. Ma pure nel contrasto ai disastri naturali, il prezzo non è uguale per tutti: l’Africa è il continente che inquina meno ma paga più di tutti gli effetti del «climate change», in termini di siccità, carestie e profughi da terre diventate inospitali. Ancora una volta la realtà ci dà una lezione: fenomeni globali, particolarmente tragici in terre segnate da più tragedie, richiedono risposte collettive, quel multilateralismo vittima dei rapporti di forza ma unico antidoto per generare un mondo più giusto e più sicuro, per tutti.
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