Una Nato più europea richiede più unità

MONDO. «Pompiere» in una casa in fiamme, «servo sciocco» di Trump, «custode di un guscio vuoto»: si possono sprecare gli epiteti riversabili sul Segretario generale della Nato, Rutte, che – in sintonia con i Mondiali di calcio in corso – sembra un portiere cui arrivano tiri in porta da mille direzioni e si produce in grandi parate, vanificate però dagli autogol del suo stesso capitano.

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Per blandire il presidente americano e preservare la propria rilevanza, pochi giorni fa alla Casa Bianca l’ex premier olandese s’è lanciato in una difesa del contributo europeo durante la guerra in Iran che ha messo in grave imbarazzo non soltanto il governo Meloni, ma altre Cancellerie europee che avevano preso le distanze da un conflitto quantomai impopolare presso le opinioni pubbliche continentali. La battaglia di Rutte, seppure comprensibile per salvaguardare l’unità occidentale, si scontra con verità incontrovertibili: Trump e il suo vice presidente, Vance, guardano con evidente fastidio al modello di società europea fatta di welfare state, regolamentazione dei mercati, valori umanistici e sostanziale imbrigliamento degli «spiriti animali» del mercato da parte dello Stato. Anche di fronte ad un evidente sforzo di allargare le spese per la Difesa di molti governi, il giudizio – da tempo sedimentato al Pentagono – vede i Paesi europei in un ritardo incolmabile dal punto di vista di tecnologie applicate ai teatri di guerra e di un contributo reale irrilevante in un eventuale conflitto da sostenere insieme.

Su un piano più geopolitico, l’Europa e la stessa Nato rappresentano, per l’Amministrazione americana, un fardello che pesa troppo sul bilancio americano e sostanzialmente ininfluente rispetto alla priorità di contenere l’espansione economico-militare della Cina. Al Congresso Usa c’e’ un atteggiamento forse un po’ più articolato: si pone maggiormente l’accento sulla necessità di mantenere buone relazioni con gli alleati europei per evitare un isolamento internazionale, per continuare ad esercitare il ruolo di attore politico egemone in Europa e poter utilizzare le basi militari essenziali per missioni nel bacino Mediterraneo e in Medio Oriente. Quindi, cosa dobbiamo aspettarci dal vertice Nato di Ankara del 6-7 luglio per il quale Trump ha già «svilito» la sua presenza, affermando «di fare un favore al padrone di casa Erdogan»?

Sicuramente gli Usa annunceranno un ridimensionamento delle proprie unità militari in Europa e Gran Bretagna. Vi sono dagli 80 ai 100mila soldati sul continente europeo, una cifra che non sembra rispondere più alle esigenze di guerre combattute soprattutto in cielo con missili e droni sofisticati. In aggiunta, il plateale insuccesso della guerra in Iran – ancora visibile a bassa intensità – non potrà non avere importanti ricadute politiche interne agli Stati Uniti e si tradurrà in una forte pressione contro nuove avventure militari esterne. L’appello a «riportare a casa» i propri soldati troverà tra i politici molte orecchie pronte ad ascoltarlo. Il ministro della Guerra, Hegseth, non ha usato mezzi termini nell’annunciare una revisione delle forze in Europa e chiedere agli europei di prendersi l’esclusiva responsabilità per la difesa dell’Europa. A Berlino, Parigi, Roma, Londra, Varsavia il messaggio è già arrivato forte e chiaro e si cerca di correre ai ripari. Nell’ultima riunione degli E5 (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna e Polonia) a Berlino il 24 giugno, s’è parlato apertamente di una nuova Nato «più» europea nella consapevolezza di un progressivo, ma sicuro, disimpegno americano.

Il cancelliere Merz ha indicato il 2029 come anno in cui la spesa tedesca per la Difesa raggiungerà il 3,5% del Pil; in Italia il debito pubblico costringe a scelte dolorose tra Difesa e spesa sociale; in Francia il quadro politico, con imminenti elezioni presidenziali e mancate riforme, rende debole l’esecutivo

Fin qui i buoni propositi, ma dove sono i fatti? Il cancelliere Merz ha indicato il 2029 come anno in cui la spesa tedesca per la Difesa raggiungerà il 3,5% del Pil; in Italia il debito pubblico costringe a scelte dolorose tra Difesa e spesa sociale; in Francia il quadro politico, con imminenti elezioni presidenziali e mancate riforme, rende debole l’esecutivo. Dietro alle affermazioni di principio circa l’esistenza di due pilastri nell’Alleanza Occidentale, vi è un’urgenza inderogabile: costruire una Difesa europea degna di questo nome. E il percorso verso sistemi di Intelligenza Artificiale applicati alla Difesa, verso un’architettura di comando e controllo essenziale per il coordinamento delle forze sul terreno, verso una rete di satelliti ottici e radar di supporto ai droni, richiede alcuni anni per poter recuperare un ritardo importante. Non si può fare a meno di un profondo processo di consolidamento industriale che rimedi all’estrema frammentazione della base industriale europea caratterizzata da duplicazioni produttive, programmi concorrenti e mercati nazionali chiusi. Servono campioni europei in grado di sostenere gli investimenti richiesti dalle nuove tecnologie e di sviluppare economie di scala, filiere integrate e una maggiore interoperabilità tra le Forze armate europee.

È arrivato il momento di riconoscere che nel XXI secolo la sovranità in Europa non si misura dal numero di aziende nazionali da tenere in vita, ma dalla capacità di competere insieme contro i giganti mondiali. È giunta l’ora di abbandonare il «particulare» di guicciardiniana memoria. Ex ambasciatore d’Italia in Polonia e Repubblica Ceca

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