«La taverna sulla Prom’». Cronache di una «svolta» da Bergamo a Nizza
IL LIBRO. Cotti racconta 5 anni vissuti in Francia con curiosità e ironia, da giornalista a ristoratore e chef.
Da giornalista a ristoratore e chef: alle spalle, «un paio di lezioni su come si dispongono i prosciutti su un piatto e su quanto Aperol ci vuole per preparare uno Spritz». Coraggio? Incoscienza? Spirito d’avventura? Perché, a 40 anni, nel mezzo del cammin di nostra vita (aggiornato ad oggi), al punto di convergenza ottimale fra energie del corpo e maturità del senno, lasciare tutto ed iniziare una nuova vita? Un salto nel vuoto, senza paracadute, senza preparazione specifica, senza conoscere statuti e prassi di un lavoro complesso e del tutto nuovo, senza una tradizione familiare o un locale già avviato, perdipiù in un’altra nazione e lingua...
La taverna sulla Prom’
«La taverna sulla Prom’» (Bolis), ultimo libro di Sergio Cotti, scrittore e giornalista de «L’Eco», (presentato alla Fiera dei Librai 2026) ci porta dentro genesi, cronaca e storia di un’avventura un po’ folle, perfettamente antipodica all’ideologia del Checco Zalone nazionale (“Io non lo lascio il posto fisso! Non lascerò mai i miei privilegi!”), perfettamente in linea con gli inviti ad uscire dalla comfort zone. Sotto lo pseudonimo di Giorgio (in quasi rima con Sergio) Alfieri (scelto per antifrasi? Il tragediografo predicava la necessarietà dell’odio per i francesi nel «Misogallo»), Cotti racconta la sua scelta di lasciare l’Italia, il lavoro, praticato per tre lustri, di corrispondente dell’Ansa dalla provincia di Bergamo, per fare il ristoratore a Nizza. «Ciò che mi ha spinto a partire - racconta - è stato principalmente il sogno di vivere in Francia. Non avevo esperienza né una formazione alle spalle, ma avevo entusiasmo, curiosità e il desiderio di provare a costruire qualcosa di mio. È stato un modo per mettermi alla prova e scoprire un mondo che mi affascinava». Senza dimenticare un certo effetto saturazione: «Dovevo cambiare aria, lavoro, vita. Avrei continuato a scrivere, ma non più pezzi da 10, 20, 50 righe dimenticati dopo 24 ore».
Le prime difficoltà
Il libro è il racconto dei 5 anni dedicati a questa impresa transalpina, che si snoda su almeno due registri, continuamente intrecciati fra loro. Da una parte quello molto concreto e coinvolgente dei mille problemi pratici, dai più piccoli ai più impegnativi anche in termini di soldi, che Sergio-Giorgio, anzi Jorjò, ha dovuto quotidianamente affrontare. Trovare un appartamento in affitto (1000 euro al mese), inseguire un locale da rilevare, scegliere i fornitori più validi e affidabili, decidere che piatti e vini servire in tavola, come andare incontro ai gusti dei cugini, non farsi imbrogliare dagli artigiani, visto che c’è anche chi pretende i soldi in anticipo e poi scompare... Un’attenzione ai dettagli concreti che può ricordare, persino, l’iper-realismo di certa letteratura americana (ai cui vertici il Malamud de «Il commesso», l’odissea della gestione di una drogheria...).
Con curiosità e ironia
Dall’altra, gli eventi più notiziabili, extra-ordinari, da titolo, che marcano articolazione e, spesso, titolo dei capitoli: l’assassinio di un collega cinese accoltellato a morte da un suo cameriere; l’incontro con un ebreo ex deportato ad Auschwitz che aveva conosciuto Primo Levi; il passaggio di proprietà di una macchina poi guidata da Brad Pitt e Angiolina Jolie nel film «By the Sea»... Un’avventura raccontata, perlopiù, con tono ironico, leggero, ma tutt’altro che scevra di difficoltà. Le maggiori? «Due. La casa: senza una residenza o un lavoro fisso, affittare un appartamento è quasi impossibile. Il lavoro: burocrazia, scelta dei fornitori... Un esempio: all’inizio avevo un distributore francese di vini italiani, ma erano così scadenti che dopo tre settimane ho dovuto cambiare».
Come nel Boccaccio, i primi fattori in campo sono fortuna e virtù, caso ed «industria». Le virtù più indispensabili? «Passione, tenacia, capacità di resistere, imparare in fretta e non scoraggiarsi, e anche un pizzico di incoscienza». Il libro esce «a dieci anni dal mio ritorno in Italia e dall’attentato del 14 luglio 2016»: un camion lanciato sulla folla inerme che stava assistendo allo spettacolo dei fuochi sulla Promenade des Anglais del titolo. Una tragedia a cui è dedicato l’ultimo capitolo, «l’unico senza toni ironici». Per quanto riguarda la cucina, «ho sempre difeso le ricette italiane senza deroghe, pagandone anche le conseguenze: qualche cliente l’ho perso. Oggi capisco meglio i ristoratori che, per sopravvivere, cedono alle richieste dei clienti - carbonara con la panna, cotolette con spaghetti al ragù... - Io non ci sono mai riuscito. Questa mia coerenza mi ha permesso di incontrare persone curiose, affascinate dalla nostra cucina. È una delle ricchezze più grandi che mi porto dietro. Cucinare per gli sconosciuti è una sensazione bellissima».
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