Fonteno, parla il capo dei soccorsi: «Così abbiamo recuperato Ottavia»

IL RACCONTO. Si chiama Corrado Camerini e guida il Nucleo Speleo del soccorso alpino della Lombardia con sede a Stezzano. «La prima competenza necessaria è quella dei tecnici esperti in movimentazione all’interno delle grotte e allestimento del soccorso su corda, un sistema molto sofisticato di ancoraggi e linee di corda su cui deve scorrere la barella».

La voce dall’altro capo del telefono suona rilassata. «Sono andato a letto e mi sono fatto davvero una bella dormita». Ottavia Piani è salva. Sta bene e lui può tirare un sospiro di sollievo. Lui è Corrado Camerini, medico speleologico di Brescia che guida il Nucleo Speleo del soccorso alpino della Lombardia con sede a Stezzano: l’unico in tutta la Regione e che quindi deve occuparsi di tutto quello che succede in fatto di Soccorso speleologico dal lago Maggiore al lago di Garda. È Camerini che ha diretto le operazioni di recupero della giovane speleologa. «Gli amici mi hanno detto che sta bene – racconta -. È dispiaciuta di aver smosso il soccorso e preoccupata che siano dovuti intervenire in qualche modo sull’ambiente per recuperarla perché per uno speleologo le grotte sono sacre». Ma per portarla in salvo non si è dovuto arrivare a tanto, anche se il nucleo specializzato in tecniche di disostruzione, addestrato nell’utilizzo di esplosivi, è sempre rimasto sul posto, pronto a intervenire qualora ce ne fosse stato bisogno. P erché se i corpi umani possono strisciare tra le rocce, non è detto che ci passi anche una barella lunga 2 metri e larga 70 cm. E se non passa bisogna adattare la grotta perché ci riesca.

Leggi anche
Leggi anche

«Gli amici mi hanno detto che sta bene – racconta -. È dispiaciuta di aver smosso il soccorso e preoccupata che siano dovuti intervenire in qualche modo sull’ambiente per recuperarla perché per uno speleologo le grotte sono sacre»

In azione 60 volontari

Ma le competenze messe in campo in un’operazione di soccorso speleologico sono diversificate e nel caso di Ottavia hanno visto all’opera 60 volontari dei nuclei di soccorso speleologici provenienti da tutta Italia e 10 del soccorso alpino. «La prima competenza necessaria – spiega Camerini – è quella dei tecnici esperti in movimentazione all’interno delle grotte e allestimento del soccorso su corda, un sistema molto sofisticato di ancoraggi e linee di corda su cui deve scorrere la barella». In contemporanea bisogna pensare alle competenze sanitarie necessarie. E non è così facile visto che la disponibilità in tutta Italia di medici e infermieri speleologici è di circa una quarantina, ma reperibili 24 ore su 24. «Non è detto che riescano ad arrivare in tempi brevi – continua -. Tutti i nostri tecnici vengono quindi addestrati secondo un protocollo standardizzato di soccorso alino speleologico». Nel caso di Ottavia sono stati impegnati 4 medici e altrettanti infermieri, che si sono dati il turnover. Uno, però, deve sempre restare all’esterno per fare da ponte con Areu, l’Agenzia regionale di emergenza e urgenza, e per gestire l’arrivo dei farmaci. E poi c’è chi deve occuparsi della logistica, che vuol dire occuparsi di rifornire il cibo e, qualora ce ne fosse bisogno, allestire l’eventuale posto di ricovero per dormire e, infine, chi deve gestire i rapporti con i mass media.

Leggi anche
Leggi anche

Sono ore intense che scorrono a tratti troppo in fretta, in altri troppo lentamente, ma la gioia che assapori quando quella barella esce è qualcosa che sa d’indescrivibile. Perché nella maggior parte dei casi, c’è il lieto fine. E se in media, gli incidenti in grotta a livello nazionale sono circa una ventina l’anno, di questi solo il 30% è grave o mortale. Nella maggior parte dei casi si tratta di traumi. «Negli ultimi due anni - racconta Camerini – noi siamo intervenuti 5 volte. Una sola per recuperare una salma. Prima di domenica, l’ultimo incidente si era verificato il 25 aprile in provincia di Varese».

La casistica bassa è dovuta all’altissima preparazione di chi scende nelle grotte, perché non esistono speleologi della domenica. Nessuno ci va da solo, senza adeguata attrezzatura e senza addestramento specifico. E le grotte non sono un ambiente ostile. Anzi, al contrario, si prestano a isolamenti prolungati. «C’è buio, ma la temperatura è costante e non troppo fredda e l’ossigeno non manca mai così come l’acqua. Se non si sono subiti traumi gravi e con il rifornimento di viveri – conclude Camerini –, uno speleologo può sopravviverci a lungo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA