Venerdì 28 Marzo 2014

Vessato dal Fisco, spreco di indagini

2 anni d’intimidazioni finite in nulla

È l’altra faccia, quella negativa, della doverosa lotta del Fisco all’evasione: un accanimento negli accertamenti che, se lascia indifferenti gli evasori, invece ferisce i cittadini onesti. È pur vero che l’evasione fiscale è diffusa a molti livelli nel nostro Paese, questo tuttavia non giustifica che si debba per forza fare la faccia feroce con le persone perbene, perché non si meritano affatto un simile trattamento.

Lotta senza quartiere sì, ma contro il «nemico» che utilizza i servizi pubblici (ospedali, scuole, polizia, strade, eccetera) senza pagarli, non contro chi paga le tasse e dunque contribuisce a finanziarli. Ciò che preoccupa nella guerra all’evasione è che gli ufficiali dell’esercito schierato dallo Stato, a un certo punto della procedura di accertamento, non sappiano o, peggio, non vogliano distinguere i veri parassiti dai contribuenti onesti. Una volta avviata la macchina burocratica, sembra che alla guida non ci sia nessuno e che tutto avanzi in automatico secondo procedure prestabilite. Tutto ciò produce distorsioni, a partire dai modi e dagli approcci inquisitori e intimidatori che il cittadino onesto sente come profondamente ingiusti.

È quanto dimostra l’esperienza vissuta dall’avvocato Carlo Dolci, con studio legale in città, raccontata da lui stesso sulla rivista D&R. La storia è a lieto fine perché il cittadino non aveva sottratto nulla al Fisco, ma ciò è stato accertato solo alla fine di un «terzo grado» francamente eccessivo.

Ma diamo la parola a Dolci. «Alla fine di maggio del 2012 mi viene notificato un invito a restituire entro 15 giorni un questionario relativo all’anno di imposta 2008. Mi si chiede in sostanza di depositare i seguenti documenti: elenco soggetti assistiti; in relazione alle cause iniziate e concluse nonché quelle in corso: la materia del contendere e l’area specialistica di riferimento, numero di udienze tenute, foro competente e valore della causa; copia registro fatture emesse e ricevute; copia fatture emesse e ricevute; tariffario praticato. Obbedisco, depositando nei termini tutto quanto richiesto». Silenzio per mesi poi «alla fine di febbraio 2013 mi arriva per posta un plico verde pallido (il verde riposante dell’Agenzia delle Entrate) di 24 pagine, con un questionario di poco meno di 300 posizioni da chiarire, sempre entro 15 giorni. Il tutto accompagnato dai soliti avvisi (intimidazioni?!): che se non avessi risposto nel termine indicato mi sarebbe stata applicata una sanzione da 258 a 2.065 euro; che i documenti non presentati ora non avrebbero potuto essere presentati dopo sia in sede amministrativa sia in sede di contenzioso, eccetera. Da suddito mugugnante, ma ligio alle leggi e ai regolamenti, ho cominciato a leggermi il questionario».

E Dolci scopre così che gli si «chiedevano notizie che già erano contenute nella documentazione prodotta. Ho perso tempo, ma non ho incontrato difficoltà a motivare entrate ed uscite, perché tutto era già registrato nella mia contabilità. E poi ho dovuto dedicare il mio tempo a chiarire 35 posizioni del conto corrente intestato a me e a mia moglie in comunione di beni, fra le quali sono presenti tredici bonifici della Cassa di previdenza riguardanti... la mia pensione. Ma ci sono altri misteri da chiarire: a chi sono stati rilasciati nel 2008 assegni di poco superiori a 100 euro e da chi provengono bonifici o accrediti di poche centinaia di euro? E allora via a cercare documenti, fatture, ricevute, matrici di assegni o copie degli stessi per dimostrare che si è pagato il macellaio, l’abbonamento ai concerti, un paio di pantaloni eccetera».

Continua l’avvocato Dolci: «In marzo, nei termini fissati, deposito il tutto. Tiro un sospiro di sollievo, anche se mi rimane qualche lieve inquietudine per le poche voci non completamente documentate. Inquietudine che si trasforma in costernazione alla fine di giugno quando mi viene notificato un avviso di accertamento di 30 pagine con una sanzione di 8.100 euro. Il provvedimento viene giustificato con la contestazione di 20 operazioni sul conto del mio studio, una sul mio conto privato e una su quello di mia moglie». L’avvocato perde non poco tempo a reperire fotocopie di assegni e dichiarazioni, ma alla fine riesce a presentare «un’istanza in autotutela, che dopo appena un mese dal deposito è sfociata nell’annullamento totale dell’avviso di accertamento».

Ed ecco le conclusioni di Dolci: «La fine positiva della vicenda lascia però aperta la porta ad una domanda inquietante: cosa è costato, a me suddito e allo Stato sovrano, tutto l’ambaradam descritto?».

Pierluigi Saurgnani

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