Giovedì 13 Febbraio 2014

Dalmine e l’hinterland: è qui la crisi

Collocamento, 2.500 iscritti in più

Panorama di Dalmine con la Tenaris

«Il declino dell’economia e dell’occupazione negli ultimi anni ha fatto innalzare anche nella bergamasca la soglia della disoccupazione oltre il tasso del 7% (peraltro contenuto dal massiccio ricorso alla Cig). Oggi per affrontare la piaga della disoccupazione servono interventi mirati di politiche attive del lavoro che sappiano riqualificare e ricollocare i lavoratori espulsi dai processi produttivi».

Ferdinando Piccinini ha chiuso giovedì 13 febbraio a Dalmine, insieme alla sua segreteria, il giro della provincia organizzato per incontrare i delegati e gli iscritti di ogni zona e illustrare la situazione economica e i progetti di rilancio e sviluppo che la CISL di Bergamo ha messo a punto.

La crisi non ha naturalmente risparmiato il territorio di Dalmine e dell’Hinterland. Nei paesi della «cintura» cittadina, infatti, secondo i dati forniti dall’Ufficio Studi della Cisl di Bergamo, dal 2012 al 2013 ci sono stati 500 assunti di meno, 2500 iscritti in più al collocamento e 2000 lavoratori messi in mobilità.

«La ragione dell’aggravarsi della crisi occupazionale - ha sottolineato il segretario generale della Cisl di Bergamo - è sicuramente legata al processo di deindustrializzazione in corso da anni che ha coinvolto importanti realtà industriali del tessile, della meccanica e delle costruzioni col relativo indotto, contribuendo a mettere in sofferenza il territorio già in difficoltà per la carenza di adeguati sevizi e infrastrutture a reggere i cambiamenti economici».

Nella ventina di comuni che costituiscono la grande Bergamo risiedono circa 295.000 abitanti con una densità decisamente superiore alla media provinciale (oltre 1.700 abitanti per Km quadrato) e un indice di vecchiaia inferiore a quello bergamasco anche se in tendenziale aumento. Oggi, per cento ragazzi sotto i 14 anni ci sono 115 anziani sopra i 65 anni di età che secondo le previsioni demografiche aumenteranno del 20% entro il 2021.

Gli stranieri, con flussi in netto rallentamento, sono il 12,7% (contro il 10,5 % della provincia) e rappresentano ormai una componente strutturale della popolazione residente, che proprio grazie a loro si mantiene mediamente più giovane e complementare al tessuto economico lavorativo. Il tasso di occupazione degli stranieri è infatti circa di 6 punti in più rispetto a quello della provincia di Bergamo che si attesta intorno al 63% della popolazione attiva. Svolgono in prevalenza lavori generici come operaio, muratore, addetto alla ristorazione e colf e badanti.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, nel periodo 2012-2013 in provincia di Bergamo il saldo negativo fra cessazioni e avviamenti al lavoro è stato di oltre 3mila unità; nello stesso periodo il Centro per l’Impiego di Bergamo ha fatto registrare un risultato negativo di 500 movimenti a conferma di una ricaduta occupazionale della crisi che investe anche l’area dell’hinterland bergamasco.

Sono molte imprese, specialmente di piccola dimensione, del settore manifatturiero e delle costruzioni che lamentano difficoltà a stare sui mercati per l’elevato costo del lavoro appesantito dal cuneo fiscale dai maggiori costi dell’energia e dalla scarsa disponibilità di accesso al credito delle banche. Sembrano meno coinvolte solo le aziende che esportano i loro prodotti e sanno mantenere una costante attenzione ai processi di innovazione tecnico organizzativa.

C’è da rimarcare inoltre che la tipologia delle assunzioni è mutata a sfavore delle assunzioni a tempo indeterminato che ormai sono solo il 30% del totale dei nuovi ingressi lavorativi. Gli iscritti al Centro per l’Impiego sono aumentati nell’ultimo anno del 23% portando i flussi da 10.800 del 2012 a 13.300 persone che nel 2013 si pongono alla ricerca del posto di lavoro su circa 50mila dell’intera provincia di Bergamo.

«La risposta a questi snodi è quella di costruire le condizioni per un nuovo sviluppo territoriale che sappia offrire qualificate opportunità di lavoro, mediante una effettiva capacità del sistema produttivo di riposizionamento sui mercati. In definitiva – ha concluso Piccinini - si tratta di rilanciare lo sviluppo e l’occupazione che per la CISL resta il vero indicatore dell’uscita dalla crisi economica e sociale e scongiurare che vi sia una ripresa senza lavoro».

© riproduzione riservata