«Ho perso mio papà ed è nato Cesare: il vaccino è vita»

Il volto noto della cucina italiana, Andrea Mainardi, racconta le sue due esperienze legate al Covid: il dramma e la felicità.

«Ho perso mio papà ed è nato Cesare: il vaccino è vita»
Lo chef Andrea Mainardi

Il suo mondo è la cucina, ma nella vita corre come se fosse in autodromo. Che sia ai fornelli dei suoi ristoranti a Brescia e a Curno, in tv (Rai, Mediaset e Fox) o al telefono per un’intervista, il suo atteggiamento è quello di un pilota di Moto Gp. Sempre alla massima velocità. Andrea Mainardi, chef bergamasco cresciuto tra i banchi dell’Alberghiero di San Pellegrino, a un primo approccio appare una scheggia difficile da raggiungere, ma quando si ferma, le sue riflessioni non sono mai suggerite dalla fretta, soprattutto quando si parla di Covid e di vaccini. Su questo tema chef Mainardi ha vissuto due esperienze fondamentali che lo hanno fatto rallentare per schierarsi senza dubbi in favore della vaccinazione: la morte per Covid del padre Giorgio nel famigerato marzo 2020 e la nascita lo scorso 6 dicembre di suo figlio Cesare.

Si dice spesso che chi non ha provato il dolore di Bergamo, faccia fatica a comprendere l’importanza della lotta al Covid. Lei come ha vissuto questo periodo di pandemia?

«Quando è scoppiata la pandemia e Bergamo è finita al centro del ciclone, anch’io ho vissuto un’esperienza drammatica in famiglia: è morto mio padre Giorgio. Stava bene, ma più vulnerabile per una malattia: è stato tra le prime vittime di Covid nel marzo del 2020. Un mese e un anno che non scorderò mai... (la voce si incrina). Questo mi ha fatto capire ancora di più che il vaccino è un’arma fondamentale nella lotta al Covid. Così come lo sono stati tanti altri vaccini nel corso della storia».

Lei si è vaccinato subito o ha preferito aspettare?

«Vista l’esperienza drammatica con il Covid che ho vissuto in famiglia, non mi sono nemmeno posto il problema, al primo giorno che ci si poteva vaccinare ho prenotato subito. Così come mia figlia, che ha tredici anni. E poi io faccio il cuoco, non sono uno scienziato. Quando la scienza mette a punto un vaccino contro un virus che sta contagiando il mondo, non ci sono alternative. Va fatto. Punto e stop».

Per lei la pandemia è stata doppiamente dura: sul fronte famigliare e anche su quello lavorativo...

«Il lockdown ha distrutto dieci anni di sforzi perché lo stop di un anno ha colpito duramente la ristorazione. Alla fine, come tutti i miei colleghi del settore, abbiamo dovuto attingere al nostro piccolo serbatoio per tenere in piedi le aziende».

Come è stata la ripresa?

«Con il vaccino è ripartita anche la vita, e la ripresa si è visto subito che sarebbe stata buona. Certo, adesso sembra di nuovo tutto appeso a un filo, ma non è in discussione il vaccino. Quello ci ha permesso di ripartire».

Tra i suoi clienti ha notato se è tornata la paura?

«La paura c’è perché adesso sappiamo che il Covid non è un’influenza come diceva qualcuno gli inizi. Se i contagi salgono è inevitabile essere più prudenti, infatti abbiamo registrato diverse disdette per le cene aziendali di Natale. Bisogna continuare e accelerare con le vaccinazioni».

I suoi collaboratori nei ristoranti sono vaccinati?

«Sì, assolutamente. Ovviamente non è stata una mia imposizione. Io lo impongo a me stesso e a mia figlia Michelle che è minorenne ed è giusto che i genitori scelgano sempre il meglio per i figli. I miei collaboratori hanno seguito il mio esempio per la salute e per la libertà di tutti».

Lei ha il ristorante «Officina Cucina» a Brescia e il «Mainardi Bakery» alle Cucine del Centro commerciale di Curno. I clienti rispettano le regole? Accettano la richiesta del Green pass?

«Noi facciamo tutto per far rispettare le regole: distanza tra i tavoli e tra gli ospiti, metà dei posti, ecc. Ma sul Green pass, che noi esigiamo assolutamente da tutti, ho visto scene di ogni genere. Ci sono stati episodi di maleducazione nei confronti dei miei collaboratori come se fossero stati loro a decidere di controllare il Green pass. C’è una legge e noi la facciamo rispettare, ma non tutti i clienti reagiscono allo stesso modo. Ai miei ragazzi ho detto: linea dura. Se il cliente ha il Green pass mangia, se non l’ha torna a casa. Se ci sono delle regole, vanno rispettate, non può esserci anarchia sulla gestione della salute».

Prima il lutto e poi la chiusura dei locali, ma fortunatamente nella sua vita c’è stato anche un meraviglioso lampo di luce...

«Certo, lo scorso 6 dicembre ha partorito mia moglie Anna ed è nato il piccolo Cesare. Ma anche qui una parte di felicità arriva dal vaccino. All’inizio della gravidanza non è stato facile perché ancora non si sapeva se la vaccinazione fosse consigliabile, quindi eravamo preoccupati perché eravamo in una fase di forte contagio. Poi però è emerso chiaramente che il vaccino proteggeva non solo le donne incinta ma pure il feto. A quel punto anche noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo, mia moglie si è vaccinata prima di partorire ed è andato tutto bene. Lo consiglio a tutte le coppie che stanno aspettando un bambino».

Le è capitato di discutere con novax? E tra i suoi amici?

«Tra la stretta cerchia di persone che frequento assolutamente no. Altri conoscenti sì, però ho notato che di persona restano più nell’anonimato e faticano a sostenere le loro posizioni contrarie, mentre sui social si espongono più nettamente puntando il dito».

Ha fatto la terza dose?

«Tra la nascita del bimbo e la preparazione dei panettoni sono stato un po’ preso, ma ora gli “salto addosso” subito: terza dose assicurata senza alcun dubbio».

Lei è un volto noto della Tv. Sul piccolo schermo capita di vedere posizioni contraddittorie sul Covid. Lei consiglierebbe il vaccino?

«Certamente. E lo dico, non solo perché mi informo e leggo i giornali, ma soprattutto per esperienza personale. Oltre al lutto e alla nascita, ho anche l’esempio di amici che si sono ammalati pur avendo fatto il vaccino. Se dovessi seguire il pensiero no-vax la conseguenza è che il vaccino non serve. Invece io dico esattamente il contrario: grazie al vaccino questi miei amici non sono finiti in ospedale e hanno superato il Covid con zero conseguenze. Quindi il vaccino funziona. Ragazzi, sulla salute non si scherza. Il vaccino è la cura. E i dati ospedalieri non sono un’interpretazione: se oggi la maggior parte delle terapie intensive sono occupate da persone che non si sono vaccinate, ci sarà un motivo. Se mi vaccino, al massimo mi verranno due linee di febbre, ma non finisco intubato».

Siamo quasi alla vigilia di Natale, chiudiamo con un messaggio positivo. Consigli ai lettori una delle sue ricette «atomiche».

«La miglior ricetta è la salute. Il Natale dobbiamo viverlo bene, senza le paure dello scorso anno e facendoci il regalo della libertà: il vaccino è l’unico modo per stare tutti insieme serenamente. Anche a tavola».

Leggi le ragioni per dire sì di Alberto Mantovani, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca.

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