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MONDO. Sin dall’antichità storici come Sallustio e Tito Livio ci hanno ricordato che è facile entrare in una guerra, ma ben più difficile uscirne.
Ed è proprio ciò che sta succedendo a più di 40 giorni dall’inizio del conflitto in Iran scatenato da Israele e Stati Uniti. Il primo tentativo di dialogo a Islamabad è andato a vuoto probabilmente per l’errata percezione americana circa l’atteggiamento iraniano verso il negoziato. Teheran sente di aver vinto la guerra sopravvivendo ai bombardamenti, provocando danni gravissimi alle infrastrutture dei Paesi del Golfo ed esercitando di fatto il controllo sul passaggio delle navi dallo Stretto di Hormuz.
Trump, invece, è sotto pressione interna e internazionale: una recessione mondiale sempre più alle porte segnerebbe la sua presidenza. Quindi vuole chiudere un conflitto disastroso per le proprie prospettive politiche e per l’economia americana, puntando su due obiettivi centrali: riapertura dello Stretto di Hormuz e impegno iraniano a non dotarsi di armi nucleari. Netanyahu, invece, prima di far tacere le armi, intende dare una «lezione definitiva» a Hezbollah anche a costo di destabilizzare completamente il Libano e provocare migliaia di vittime innocenti.
I tavoli negoziali di fatto sono due: quello tra l’Iran e l’Amministrazione americana e quello tra Israele e le autorità libanesi che si incontreranno a Washington questa settimana. I negoziati sono interconnessi. Difficilmente Teheran chiuderà un’intesa con Washington, senza ottenere importanti contropartite economiche come l’allentamento/rimozione delle sanzioni accumulatesi dal 1979 e un diritto di pedaggio, magari non permanente, sulle navi che attraversano Hormuz. L’Iran, inoltre, non vuole precludersi definitivamente la possibilità di arricchimento dell’uranio che già possiede e chiederà la fine delle operazioni militari israeliane contro Hezbollah.
Siamo di fronte a «macigni» diplomatici sulla strada di una pace duratura, ma perché gli interessi tra Washington e Gerusalemme divergono? Il presidente americano si muove come una mosca impazzita prigioniera in un bicchiere e mostra i primi segnali di resa. Pochi giorni fa, in una stessa giornata, ha annunciato di voler cancellare l’Iran dalla faccia della Terra (minacciando di fatto un genocidio dei persiani), per poi aprire a un negoziato avendo come «base di lavoro» il Piano iraniano in 10 punti contenente molte clausole ritenute precedentemente inaccettabili per Washington.
Un vero e proprio voltafaccia - di fatto una resa diplomatica - consegnato ora al vice presidente Vance, a Witkoff e Kushner, ai quali spetta trovare una via di uscita dal vicolo cieco in cui gli Usa si sono infilati. Netanyahu non può e non vuole rassegnarsi al mancato obiettivo del cambio di regime in Iran, a non aver messo le mani sull’uranio iraniano, al progetto «Grande Israele» occupando una porzione significativa del territorio libanese. Il danno nei rapporti Usa-Israele è già visibile nei sondaggi: l’opinione pubblica americana, in preda alla frustrazione per una guerra che genera soltanto inflazione interna, manifesta apertamente contro la subalternità del presidente ai diktat del premier israeliano e della lobby ebraica. Chi ha il tempo dalla sua parte in questo momento è l’Iran che non ha fretta nel chiudere il conflitto e vuole dettare i tempi e le condizioni per una pace durevole. Con ogni probabilità, per un po’ continuerà a infliggere danni all’economia mondiale con il blocco parziale o totale dello Stretto di Hormuz per strappare agli americani maggiori concessioni e punirà ulteriormente con bombardamenti i Paesi del Golfo.
La soluzione passa probabilmente da Pechino che ha spinto il Pakistan (suo alleato fedele) ad aprire il negoziato e che ha gli argomenti migliori per indurre Teheran a mitigare le pretese. Geopoliticamente l’Iran uscirà indubbiamente rafforzato dal conflitto in corso, ma il Paese, già prostrato da anni di economia stagnante, impiegherà tempo per riparare i danni di guerra. Chi se non la Cina potrà fornire gli aiuti necessari? Teheran rimarrà circondato da Paesi ostili: gli Stati del Golfo non dimenticheranno presto l’offesa subita, Israele è in preda all’irritazione per non aver debellato un nemico esistenziale, Turchia e Siria continueranno a guardare con sospetto la potenza iraniana. Cina e Russia (in posizione subalterna) rimarranno dunque i pilastri della «fortezza» diplomatica iraniana che dovrà fare i conti anche con possibili nuove contestazioni interne destinate ad acuirsi se la situazione economica non migliora rapidamente. In ogni caso con la guerra in Iran, il «genio è uscito dalla lampada» di un Medio Oriente più o meno stabile, nonostante le intemperanze israeliane. Anche con la conclusione definitiva delle ostilità, Usa, Europa e Occidente (includendo Canada, Australia, Corea del Sud e Giappone) non riusciranno a farlo rientrare perché, come nel caso di un terremoto, lo scosse di assestamento geopolitico si susseguiranno a lungo.
*ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca
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