Gli errori clamorosi e le soluzioni bizzarre

MONDO. Se qualcuno aveva ancora dubbi sul fatto che, come da tradizione passata attraverso Afghanistan, Iraq, Libia e Siria per non ricordare il Vietnam, la spedizione Usa contro l’Iran è stata mal concepita e mal realizzata, la conferma è arrivata dagli eventi delle scorse ore.

Donald Trump è alle prese con la chiusura dello Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia attraverso cui transita il 20% delle risorse energetiche commerciate nel mondo. Per chiuderlo sono bastate le minacce e qualche drone ben assestato degli iraniani, che nel frattempo si permettono di far passare le petroliere diretta verso l’India o la Cina, Paesi amici. Risultato: petrolio su del 40%, gas del 60%, Paesi del Golfo Persico in difficoltà tra esportazioni bloccate, raffinerie minacciate, basi americane sul loro territorio colpite. Per due settimane Trump ha vantato la potenza (indubbia) dell’apparato militare americano, ha minacciato sfracelli, ha persino detto che l’impennata dei prezzi gli stava bene perché gli Usa sono i primi produttori di petrolio al mondo e quindi… Pian piano la sicumera è venuta meno e la Casa Bianca si è trovata ad affrontare un dilemma per cui servirebbe più cervello: desertificare l’Iran e la sua struttura produttiva, petrolio compreso, a forza di bombe; oppure… Trump non vuole la prima ipotesi, perché lo scopo della sua avventura è mettere sotto controllo (o almeno sotto il suo indirizzo) le risorse iraniane, come già fatto con il Venezuela. Così ha tentato l’oppure, chiedendo a questo e quel Paese di mobilitarsi e organizzare non meglio specificate spedizioni navali per correre a togliere il tappo di Hormuz. In maniera più o meno confusa è stata tirata in ballo anche la Nato.

Queste bizzarre idee dimostrano che Trump e i consiglieri ai quali si è appoggiato (primo fra tutti Marco Rubio) hanno commesso errori clamorosi. Il primo, ovviamente, nel sottovalutare la reazione dell’Iran, anche se decine di analisti e osservatori avevano previsto che avrebbe potuto scaricarsi anche sullo Stretto di Hormuz. Il secondo, non meno marchiano, è non aver costruito un minimo di consenso politico intorno all’idea della guerra, parlando con gli alleati e cercando di convincerli. Ora che Trump chiede collaborazione, la risposta è stata una sola: no, questa non è la nostra guerra. Italia, Francia, Germania, Regno Unito… Con gradazioni diverse, il coro è stato unanime: arrangiati. Non solo. Leader come il cancelliere tedesco Merz hanno anche specificato che la Nato non ha nulla a che spartire con l’attacco all’Iran. Un modo, tra l’altro, per tirare preventivamente le redini a Mark Rutte, il segretario generale dell’Alleanza che fin troppo spesso ha fatto da volenteroso scudiero a Trump. L’irosa reazione è stata tipica dello stile Trump ma anche la conferma del vicolo politicamente cieco in cui la Casa Bianca si è cacciata. Trump ha minacciato «brutte conseguenze» per la Nato se gli Usa non riceveranno l’aiuto richiesto e ha fatto un paragone rivelatore e assai improprio con l’Ucraina, dimenticando due cose. La difesa dell’Europa, dei suoi Paesi, è uno dei compiti statutari della Nato, mentre non lo è l’aiuto agli Usa in una guerra decisa assurda solo da loro. E poi, se c’è un paragone da fare, quello è tra Usa e Russia, entrambi Paesi aggressori in nome di un pericolo (l’aggressione da Ovest per Mosca, la bomba atomica iraniana per Washington) visto e misurato solo da loro.

Delle due cose, la prima è la meno grave. In pratica dall’inizio del suo secondo mandato, Trump parla come se gli Usa non facessero parte della Nato. Quando lo fa, è solo per dire che senza gli Usa la Nato non conta nulla, non fa paura a nessuno. Il che, almeno fino a quando il famoso riarmo europeo non darà frutti (se li darà) e la difesa europea prenderà consistenza e autonomia strategica, è anche abbastanza vero.

Mentre la seconda, quella specie di ricatto per cui ti aiuto con l’Ucraina ma tu poi mi devi aiutare dove e quando decido io, sottintende una visione del mondo in cui gli Stati Uniti decidono in solitudine e gli altri si adeguano, sperando nella benevolenza del sovrano. Il che ripropone il tema che più angoscia gli europei: come rimodulare il rapporto con l’ex fratello maggiore d’Oltreoceano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA