Il conflitto afghano e l’Europa piccola

Tutti si sono mossi per tempo e ora sul menu à la carte delle barriere anti-profughi non c’è che da scegliere. Chi ha la proposta più succulenta? Chi meglio degli altri presenta il piatto forte e attuale della trincea più necessaria? Non c’è solo il passato dei record. Dal 1989, anno in cui il Muro più famoso del mondo cadde sotto i colpi della nuova globalizzazione liberista e il sogno della democrazia per tutti faceva capolino per una manciata di secondi sulla scena mondiale, ne sono stati costruiti decine e decine a contrasto di quella globalizzazione che si invoca come soluzione a tutti i guai. Dal Duemila in poi 10 mila chilometri di ferro e cemento hanno segregato terre e ribadito confini, con la scusa di proteggere Paesi dal terrorismo. In realtà hanno arginato i migranti che fuggivano dall’orrore delle nuove guerre globali, combattute pezzo per pezzo qui e là nel mondo.

Aveva visto giusto Papa Francesco quando, sollevando più di un sorriso, aveva denunciato la nuova inquietante realtà della «guerra mondiale a pezzi», che ha messo in moto milioni di persone, ha inasprito e spezzato le regole della convivenza collettiva, ha diffuso paura e insicurezza. La crisi afghana di questi giorni è solo l’ultimo capitolo, ma non ne è affatto l’epilogo. Stupisce lo stupore di chi si è accorto del muro tra Grecia e Turchia. Sta lì da tempo. Ma oggi stampa e politica tentano di giustificarlo in relazione alla prevedibile massa di profughi che muoveranno da Kabul. Si chiama Muro dell’Evros, fiume greco. Atene ha deciso di costruirlo nel 2011. Nemmeno quando l’Unione ha deciso di coprire d’oro il neo sultano di Ankara i greci si sono fermati.

Tre anni dopo è toccato ai bulgari alzare una barriera al confine turco. Il menù europeo dell’involuzione reazionaria del nuovo millennio ha toccato l’apice nel 2015 con molte recinzioni in costruzione più il Muro del Mediterraneo, il più pericoloso con il triste record di morti da aggiornare ogni giorno, esattamente come si faceva con i colpi sparati dai Vopos della Germania dell’Est. Dal 2016 l’escalation è trainata dai Paesi sovranisti, Ungheria turbonazionalista di Viktor Orban in testa. L’Unione ha balbettato, la Merkel, come sempre, ha cercato di fare la prima della classe, esattamente come oggi, sospendendo il Trattato di Dublino, quello che impone ai migranti di chiedere asilo nel primo Paese d’ingresso nell’Unione e ai Paesi più esposti di adeguarsi, accogliendo 600 mila profughi siriani.

In realtà l’Europa è diventata sempre più piccola e i Muri sempre più lunghi. Gli ultimi lavori sono stati avviati poche settimane fra tra Lituania e Bielorussia e la Polonia ha già annunciato che farà la stessa cosa. L’Europa sarà un orticello antiprofughi, prigioniera dei sovranisti dell’Est e della scaltra arroganza di Erdogan che tratta con i talebani, detta ancora una volta la linea all’Ue sui profughi come ha già fatto con la crisi siriana, naturalmente non a fondo perduto, mentre sta ultimando anche lui il suo muro tra Turchia e Iran, che aprirà e chiuderà secondo convenienza.

I profughi fanno paura e non da ora. Quando il presidente sloveno Janez Jansa, presidente di turno dell’Unione, pochi giorni fa ha escluso corridoi umanitari parlando a nome di tutti pur non potendolo fare, l’unico che ha alzato il dito contro Lubiana è stato il presidente David Sassoli. L’Europa degli egoismi va bene a tutti, ma nessuno lo ammette. Muri e silenzi della vergogna sono accettati come destino ineluttabile e non basterà il gesto di un giovane diplomatico italiano ben piantato a far da ponte sul muro dello scalo di Kabul, il più esterno dell’Unione, a riscattare l’Europa.

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