Il Cremlino isolato con i conti in rosso

MONDO. È risaputo, tessere la pace è un lavoro certosino, di pazienza e non bisogna mai arrendersi. Bene fa il Vaticano a tenere aperti tutti i canali di dialogo tra Mosca e Kiev per risolvere anche problemi all’apparenza minori. E bene è stato organizzare il summit di Gedda a cui hanno partecipato 38 Paesi, più Onu e Ue.

Oltre alle immani perdite umane e alla distruzione delle città, la comunità internazionale si è resa conto da tempo che il pericolo dell’uso del nucleare sui campi di battaglia non è venuto meno. Anzi. Inoltre i costi della tragedia russo-ucraina sono pagati da tutti, in particolare dai Paesi poveri, inermi davanti alle fluttuazioni dei prezzi dei beni alimentari e di quelli energetici a livello globale.

In Arabia Saudita i presenti, che continueranno le consultazioni, hanno trovato un’intesa su quali devono essere i principi sui cui impostare un efficace negoziato di pace in osservanza del diritto internazionale. In breve, si è semplicemente ribadito - ma è un passo da giganti in questi tempi cupi - che, come è scritto nella Carta dell’Onu, il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale va salvaguardato. Ossia si deve tornare in Ucraina ai confini pre conflitto. Questa affermazione è fondamentale. Ed è stata fatta sua non solo, come era logico, dai Paesi occidentali ma anche da quelli emergenti tra cui Cina e Brasile - i quali condividono analoghe ambizioni finanziario-economiche con la Russia - e dall’Arabia saudita che ha le chiavi del prezzo mondiale del petrolio da cui dipende pesantemente il budget di Mosca.

È una «farsa» è stata la reazione del Cremlino, che ha ricordato che l’ingresso nella Federazione dei territori ex ucraini è ormai sancito dalla Costituzione. In prima serata tivù la punta di diamante della propaganda patriottica, Vladimir Soloviov, ha spronato i propri militari a conquistare anche le regioni costiere - tra le quali la città di Odessa - per rendere sicuro l’intero Mar Nero.

È vero, la pace la si fa con i nemici e a Gedda, a differenza degli ucraini, i russi non erano stati invitati. Da questo elemento si comprende come il Cremlino rimanga isolato. Qualche giorno fa Putin era riuscito a far firmare l’appello per la ripresa dell’accordo sul grano ai leader di 14 Paesi africani, tra i quali spiccavano i nomi di militari golpisti, appena giunti al potere, e altri dipendenti da forniture di armi o da servigi dei mercenari della Wagner.

Con le recenti modifiche alla legislazione in tema di servizio di leva militare e di mobilitazione Mosca si prepara ad allungare negli anni la sua «Campagna speciale» in Ucraina, soddisfatta dall’essere riuscita, per ora, ad imbrigliare la controffensiva di Kiev. La questione, però, va posta in altro modo. Se a Zelensky gli occidentali contano il tempo per la sua «reconquista», poiché si avvicina il 2024 (che è un anno elettorale), a Putin già scarseggiano i soldi: nei primi sei mesi del 2023 è stato speso tutto il budget militare dell’anno; il possibile disavanzo annuale di bilancio ammonta a 100 miliardi di dollari. L’Urss, non lo si dimentichi, ha perso la Guerra fredda anche per il proprio fallimento finanziario ed economico.

I dati sono chiari: dal 24 giugno, dall’ammutinamento della «Wagner», il corso del rublo contro euro e dollaro si è inabissato. Lo sbilanciamento tra import ed export è pauroso. La fuga di capitali è inarrestabile, tanto che qualcuno interpreta le nazionalizzazioni delle compagnie straniere come il tentativo di evitare che altri soldi escano dal Paese. De profundis: vendita gas a -75%. Meno male che le sanzioni erano inutili.

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