La guerra in Iran, la lezione per la Nato

MONDO. «Dio è morto» sosteneva Nietzsche. Forse la Nato non è un dio in politica internazionale, ma certamente non sta molto bene.

Dal 1958 ha esercitato sicuramente un ruolo fondamentale come collante politico/militare tra le due sponde dell’Atlantico e come «longa manus» della supremazia americana in Europa. I veri e propri insulti («codardi») degli ultimi giorni di Trump nei confronti di alleati contrari a farsi coinvolgere in operazioni militari in Iran, sono la «ciliegina» su una torta fatta di numerose dich iarazioni di insofferenza verso la Nato. Il presidente americano, sotto pressione per gli scarsi risultati raggiunti nello scardinare il regime di Teheran, ha gettato la maschera che aveva mantenuto finora, chiedendo agli Alleati quasi esclusivamente di dedicare il 5 % alle spese militari per contribuire maggiormente ai compiti dell’Alleanza.

Da molto tempo al Pentagono non si faceva certo conto sulle capacità militari che l’Europa avrebbe potuto mettere in campo in caso di necessità , ma i predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca ritenevano prioritario il rapporto politico. Più visivamente, le basi Usa disseminate ovunque in Europa e nel Regno Unito erano (e sono) la rappresentazione plastica del potere americano sul Continente Europa. Da più di un anno ci siamo abituati alle esternazioni di Trump e ad accuse che si alternano a periodi di silenzi.

La crisi con l’Iran e le difficoltà di Trump

Stavolta però l’impressione è che ci troviamo davanti a una situazione nuova - certamente più grave e probabilmente più duratura - che mina seriamente le basi della cooperazione transatlantica. Troppi indizi non significano necessariamente un reato, ma delineano un quadro che merita una riflessione. Per la prima volta dalla sua entrata alla Casa Bianca, il

«Una situazione nuova e più grave per gli equilibri internazionali»

presidente Usa affronta una crisi internazionale - provocata peraltro da lui e da Netanyahu - che lo vede in grave difficoltà e dalla quale non sa come uscirne. Non può «dichiarare vittoria» e lasciare le «castagne bollenti» in mano israeliana perché i prezzi del petrolio e del gas crescono ogni giorno di più con la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz e sono destinati a colpire anche il pubblico americano. Gli iraniani non danno segnali di resa, anzi sembrano sempre più «resilienti» e fiduciosi nelle proprie capacità di colpire a piacimento le basi americane e le infrastrutture cruciali degli Stati nel Golfo. Scartata forse per il momento l’ipotesi di lasciare il campo, Trump sembra ora intenzionato a passare da una fase di bombardamenti a largo raggio su tutto il territorio iraniano a una tattica più flessibile e mirata che gli consenta di concentrarsi sul nodo della riapertura dello Stretto ed evitare una lunga crisi energetica letale per le sue prospettive elettorali. Ma intanto il tempo passa e la frustrazione cresce.

Gli europei nel mirino della Casa Bianca

Ed è proprio in questa fase che la psiche del Comandante in capo lo spinge a cercare dei capri espiatori che gli possano servire da paravento per nascondere un sostanziale fallimento. Profondi, e forse inconfessabili, condizionamenti, gli impediscono di addossare colpe al leader israeliano e tantomeno ai suoi due negoziatori Witkoff e Kushner ( anche loro

«Alla ricerca di capri espiatori nella crisi internazionale»

fortemente allineati agli interessi israeliani ). Quindi quale miglior bersaglio se non gli europei? Dall’entrata del presidente alla Casa Bianca: a) si sono rifiutati di fare pressioni su Zelensky per indurlo a cedere alle richieste di Mosca; b) hanno dimostrato di essere deboli quando sottoposti alle «vessazioni» dei nuovi dazi imposti; c) non hanno la determinazione di far uso di misure economico/finanziarie a loro disposizione per ingaggiare un braccio di ferro con Washington dal quale avrebbero molto da perdere.

Il futuro della Nato e il rischio di disimpegno Usa

Che cosa dunque aspettarsi nelle prossime settimane nel rapporto transatlantico e all’interno della Nato, soprattutto una volta risolto in qualche modo il rebus del conflitto mediorientale? Certamente anche dal punto di vista simbolico, il ritiro parziale di truppe americane dal continente europeo rappresenterebbe una profonda cesura e provocherebbe un grave disagio ai Paesi del quadrante centro-orientale (in primis la Polonia) che vedono nella Russia una minaccia esistenziale e che negli ultimi decenni hanno puntato quasi esclusivamente su Washington per la propria sicurezza. Si può ipotizzare un ritiro «selettivo» da Paesi come la Germania o la Spagna classificati come «ignavi» e ingrati rispetto alla protezione ricevuta negli anni e per aver risposto negativamente e anche con toni ritenuti inappropriati, all’ultimo appello alla solidarietà richiesto da Washington.

Le nuove minacce militari per l’Europa

Più realisticamente, le due guerre in Ucraina e ora sui cieli dell’Iran e nei Paesi del Golfo hanno mostrato che la sfida principale per la Nato non è un eventuale disimpegno delle truppe Usa, ma la capacità di neutralizzare attacchi massicci di droni come gli Shahed-136 usati con grande efficacia in questi giorni dal regime iraniano o di missili balistici a corto e medio raggio. Se Washington dislocasse dall’Europa i propri sistemi difensivi come la batterie di Patriot,

«Droni e missili mettono alla prova la difesa occidentale»

Aegis o Thaad , gli intercettori, i radar di multilivello e negasse le nuove tecnologie collegate ai raggi laser e alla guerra elettronica, l’Europa non avrebbe la capacità di respingere massicci attacchi di droni e di migliaia di missili.

Riarmo europeo e diplomazia

Le minacce di Trump vanno dunque valutate con estrema serietà anche perché il dispendioso sforzo militare attuale degli Usa nel Golfo Persico si rifletterà inevitabilmente su una minore disponibilità di armamenti a disposizione di alleati recalcitranti. Per non rimanere vulnerabili ai ricatti di Paesi (Russia) che stanno producendo massicciamente armi letali potenzialmente impiegabili contro i Paesi europei, il riarmo del nostro Continente va attuato nei tempi più rapidi possibile mettendo a fattore comune i vantaggi e le tecnologie di cui ciascun Paese dispone e utilizzando lo strumento del debito comune per gli enormi investimenti necessari.

Insieme al riarmo, se non prima, deve intervenire il dialogo e la diplomazia. Occorre aprire un negoziato a tutto campo con Mosca per trovare la chiave per mettere fine alla guerra in Ucraina ed evitare un’inutile e pericolosissima «escalation».

*ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca

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