(Foto di ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
ITALIA. A oltre ottant’anni dalla caduta del fascismo, la realtà smentisce l’auspicio. Il 25 Aprile resta un campo di battaglia, una fonte di aspri contrasti che sembrano col passare del tempo esacerbarsi, anziché sfumare nel solenne ricordo storico.
Anche quest’anno la festa del 25 Aprile è stata, più che mai, funestata da polemiche e scontri. Invece, dovrebbe essere la ricorrenza di tutti, il momento in cui l’Italia si riconosce in un’identità comune nata dalle ceneri del conflitto. A oltre ottant’anni dalla caduta del fascismo, la realtà smentisce l’auspicio. Il 25 Aprile resta un campo di battaglia, una fonte di aspri contrasti che sembrano col passare del tempo esacerbarsi, anziché sfumare nel solenne ricordo storico. Chiediamoci, senza ipocriti infingimenti e con onestà intellettuale, perché questa ricorrenza mantenga una carica così divisiva.
Perché tali date diventino pilastri della memoria collettiva hanno bisogno, però, di offrirsi come un orizzonte identitario inclusivo, non conflittuale. Da noi, questo processo si è inceppato quasi subito, a causa di ragioni storiche sia internazionali che interne
Ogni nuovo regime politico, al momento di imporsi, necessita di trovare una legittimazione. Non può che trovarla nel suo passato, nella battaglia che ha condotto per superare un ordine politico, ritenuto non più accettabile. Spesso individua un evento, una data che simboleggi la necessità e la validità della svolta politica attuata, elevandolo a festa nazionale. Gli Stati Uniti hanno scelto li 4 luglio 1776 come data simbolica della nascita del loro ordine democratico; la Francia il 14 luglio 1789, data rivoluzionaria della presa della Bastiglia; l’Italia il 25 Aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo. Perché tali date diventino pilastri della memoria collettiva hanno bisogno, però, di offrirsi come un orizzonte identitario inclusivo, non conflittuale. Da noi, questo processo si è inceppato quasi subito, a causa di ragioni storiche sia internazionali che interne.
A meno di due anni dalla Liberazione, il fronte degli Stati vincitori si frantuma, dando inizio alla guerra fredda. Questa logica bipolare investe immediatamente anche lo schieramento dei partiti animatori della Resistenza. Le divergenze ideologiche, messe a tacere nel corso della lotta di liberazione dalla necessità di serrare le file per sconfiggere l’occupante, riemergono prepotentemente. Per chi aveva inteso la lotta al nazifascismo come liberazione dall’invasore e come riscatto dalla dittatura, sin dall’inizio, il 25 Aprile viene vissuto come il passaggio storico decisivo per costruire uno Stato liberaldemocratico. Per chi invece ha impugnato le armi per abbattere il regime fascista considerandolo la degenerazione dittatoriale del capitalismo, la storica data è contraddistinta come alba di un nuovo ordine, in grado di superare e abolire le disuguaglianze e lo sfruttamento. Si celebrano, di fatto, due «25 Aprile» diversi: uno liberale e l’altro anticapitalista. Le parole di Pietro Nenni ne sono la conferma: «O la Repubblica sarà socialista o non sarà».
Perché la memoria della Liberazione potesse consolidarsi, tanto da divenire condivisa, sarebbe stato necessario che si limitasse a poggiare sui valori unificanti di libertà e democrazia. Sarebbe stato necessario valorizzare il principio che lo storico Pietro Scoppola ha congelato nell’assunto icastico come «significato morale di una resistenza diffusa». In questo modo la memoria del 25 Aprile sarebbe stata elevata a evento corale della nazione.
Ma non solo. Come auspicato poi dal Presidente Ciampi, la categoria di Resistenza avrebbe dovuto - dovrebbe - includere, oltre a quella «armata», anche quella «disarmata»: i 600.000 internati militari che rifiutarono di combattere per il Reich, i deportati, i renitenti, i civili che prestarono soccorso a fuggiaschi ed ebrei. Si tratta di una «resistenza passiva», a volte eroica, che coinvolse milioni di famiglie e che avrebbe potuto costituire la base per una memoria realmente inclusiva. Invece, si è preferito il mito dei «pochi ma buoni», avvolgendo le scaturigini della Repubblica in un alone di eroismo elitario che ha contrapposto i «pochi» consapevoli ai «molti» estranei o contrari all’aspirazione ad un sovvertimento dell’ordine costituito, alimentato dalle frange più di sinistra del partigianato.
Se la Resistenza non è più la «scelta della libertà», ma diventa lo strumento di una lotta ideologica per il rivolgimento dell’ordine sociale e politico vigente in Occidente, il quadro dei valori si ribalta
Questa impostazione ha portato a esiti sorprendenti. Se la Resistenza non è più la «scelta della libertà», ma diventa lo strumento di una lotta ideologica per il rivolgimento dell’ordine sociale e politico vigente in Occidente, il quadro dei valori si ribalta. Non sorprende allora che nelle recenti celebrazioni sia stata contestata la Brigata Ebraica. Da protagonista della Liberazione, è diventata presidio e simbolo di un Occidente dipinto come irrimediabilmente colonialista. Parimenti, il nazismo non viene più ravvisato nei regimi oppressori o nei gruppi terroristici - come l’Iran o Hamas - che ne ripropongono i fini e ne mimano i metodi, ma nelle democrazie occidentali - in primis Israele, gli Stati Uniti, ma anche l’Ucraina, seppure quest’ultima sia impegnata in una disperata lotta di liberazione dall’aggressore Putin.
Con tali premesse è difficile costruire una memoria condivisa. Perché il 25 Aprile diventi davvero la festa di tutti, deve recuperare la sua carica inclusiva. Solo tornando a quella radice comune, libera da pretese rivoluzionarie o esclusioni ideologiche, solo diventando la celebrazione non di una «rivoluzione mancata» ma della «libertà riconquistata», il 25 Aprile può assurgere ad essere davvero il compleanno di una nazione, un anniversario che ci ricorda non solo chi eravamo, ma chi vogliamo essere insieme.
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