La Russia si militarizza, ricetta del secolo scorso

Esteri. Nuova mobilitazione sì, nuova mobilitazione no. Da settimane in Russia si rincorrono le voci più disparate di prossime decisioni in merito da parte del Cremlino. In settembre l’inattesa mobilitazione di 300mila riservisti fu un vero elettrochoc per la società federale.

Allora i russi si resero conto che la tragedia ucraina non era soltanto qualcosa di virtuale o di visto in televisione e colpiva tutti, tanto che, nel giro di poche ore, in centinaia di migliaia erano scappati all’estero, non aspettando nemmeno la cartolina di richiamo. Adesso in tante famiglie russe la tensione è di nuovo alta. Se il Cremlino dovesse dichiarare una seconda fase di mobilitazione - poiché l’intensità del conflitto sta di molto aumentando - gli uomini si troveranno di fronte ad una non facile scelta sul daffarsi: rispondere alla chiamata della Patria o darsela a gambe elevate? Ma questa volta potrebbe non essere semplice svignarsela, poiché - si dice - le frontiere verranno chiuse.

Ci sono tuttavia un paio di domande di altro genere, ancora più importanti, a cui urge trovare risposta: mentre tutta questa gente sarà al fronte e chissà per quanto tempo, chi andrà al suo posto a lavorare per sostenere l’economia federale e chi manterrà le famiglie dei richiamati? Chiaramente il potere in passato ha fornito rassicurazioni sui contratti per i mobilizzati. Ma le paghe militari saranno davvero sufficienti per tutti? Il congelamento delle rate dei mutui per chi è sotto le armi è stato approvato fra i mille mal di pancia del sistema bancario. E se uno poi ci lascia la pelle, come andrà a finire? Verranno pagati realmente i promessi milioni di rubli alle famiglie dei caduti? L’unica certezza al momento è un’altra: la Russia si sta militarizzando. Il Paese sta tornando indietro ai tempi dell’Unione Sovietica, che contava su milioni di uomini in armi. Il risultato finale lo conosciamo tutti: la superpotenza comunista crollò esausta perché, economicamente e finanziariamente, non riusciva a sostenere un tale peso.

Leggere oggi le proposte al vaglio delle autorità sulla riforma del servizio militare lascia senza fiato. Intanto, basandosi sulle bozze presentate e da far approvare in Parlamento, saranno chiamati tutti i cittadini tra i 18 e i 30 anni (non più fino a 27 anni). Prima se si studiava all’università e ci si specializzava - di fatto - alla fine si saltava il militare per raggiunti limiti d’età. Le esenzioni dalla leva saranno ridotte al minimo e la durata della chiamata potrebbe essere allungata dall’attuale un anno a uno e mezzo o addirittura due anni.

Ma qualcuno si è mai chiesto quanto costerà allo Stato russo una svolta di questo tipo? E quanto si perderà sotto il profilo della capacità di innovazione, generalmente ad appannaggio dei più giovani? A questo secondo interrogativo hanno già risposto 100mila specialisti russi in innovazione tecnologica emigrando. Da ciò si apprende una prima lezione: nell’epoca della globalizzazione e della competizione globale le ricette dei secoli scorsi, qui con gli «eserciti dei popoli», non sono più applicabili. La seconda lezione è che quando i popoli sono di fronte a certe sfide rispondono sempre seguendo le loro tradizionali dinamiche storiche.

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