La tensione non cala, il più resta da fare

MONDO. Nel dibattito è forse mancata la consapevolezza che nelle guerre contemporanee è sempre difficile applicare i tradizionali concetti di vittoria e sconfitta.

Nella ridda dei commenti che hanno accompagnato l’annuncio della tregua di due settimane tra Usa e Iran (di Israele diremo), è forse mancata la consapevolezza che nelle guerre contemporanee è sempre difficile applicare i tradizionali concetti di vittoria e sconfitta. Chi vince, oggi, in Ucraina? Chi vinse in Siria, dove Assad prima ebbe la meglio e poi crollò miseramente? E in Iraq? In Afghanistan? La stessa prudenza dovrebbe essere oggi applicata al caso dell’Iran. È chiaro che alcune considerazioni sono inevitabili. Gli Usa si sono avventurati in una guerra di cui, palesemente, non avevano calcolato conseguenze e implicazioni. Farsi sorprendere dalla chiusura dello Stretto di Hormuz o farsi colpire le basi in mezzo Medio Oriente, mettendo a rischio gli alleati del Golfo che avrebbero invece dovuto proteggere, rivela un’approssimazione tattica e strategica quasi umiliante. Come imbarazzante è la posizione di Israele: la tregua dichiarata senza che Benjamin Netanyahu fosse consultato fa capire che Israele può spingersi fin dove gli Usa permettono. E in una guerra che l’82% dei cittadini israeliani approvava, anche la performance militare è stata modesta. Bombardare dall’alto Paesi indifesi come il Libano e la Siria, o Gaza, è un conto, attaccare una media potenza militare come l’Iran, capace di bucare con regolarità l’Iron Dome e gli altri scudi antimissile, ben altra questione.

Ottimismo da contenere

Ma al di là di questo, ed essendo ovviamente benvenuta la tregua, è meglio contenere l’ottimismo. Intanto la tensione non sta ancora calando. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso, il ponte aereo dei C-17 Usa continua a portare verso il Medio Oriente uomini e mezzi. E il negoziato deve ancora cominciare. Il che significa che potrebbe anche fallire. Trump, che a novembre dovrà affrontare le elezioni di metà mandato, non può dichiararsi sconfitto. E Israele, come i bombardamenti sul Libano (mercoledì 8 aprile i più intensi di questa campagna) dimostrano, ha poca intenzione di mollare la presa.

La situazione in Iran

Ma soprattutto restano sul campo tutti i problemi dell’Iran, che solo in una certa misura derivano da questa guerra. Per esempio: le incursioni di Usa e Israele hanno decimato la dirigenza iraniana. La nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, potrebbe anche essere già morto. Al vertice restano il presidente Pezeshkian, il ministro degli Esteri Araghchi e il presidente del Parlamento Ghalibaf, tutti ascrivibili al fronte dei cosiddetti «moderati». Ma se vittoria è stata, quella dell’Iran appartiene soprattutto all’esercito e ai pasdaran, che vorranno il giusto riconoscimento sotto forma di incarichi di governo, comunque importanti.

Un altro tema: al netto delle sanzioni europee e americane, come della cospicua rendita dell’export di gas e petrolio, il problema dell’economia iraniana sta nelle fondazioni create all’epoca di Khomeini per scopi benefici, passate sotto il controllo dei pasdaran e degli ayatollah e col tempo impadronitesi di interi settori delle attività produttive, con enormi vantaggi fiscali e ampi margini di opacità. Un’economia dei privilegiati (di Mojtaba Khamenei sono note le ingenti proprietà accumulate in Europa e in diversi Paesi del Golfo Persico) e uno dei cittadini comuni che è, con altre, la radice delle sempre più frequenti proteste. E poi ci sono le relazioni con il resto del Medio Oriente. I missili lanciati sui Paesi del Golfo, colpevoli di intesa con il «grande Satana» americano, hanno isolato ancor più un Iran che isolato era già prima della guerra. Dei suoi proxy più potenti, l’Hezbollah libanese è sotto attacco e le sue attività provocano la (colpevole) distruzione del Libano da parte di Israele, mentre la Siria di Ahmed al-Sharaa ha preso una strada che di giorno in giorno la allontana da Teheran. Restano gli Houthi nello Yemen, ma è su questo perno che un grande Paese come l’Iran, che potrebbe sedere al tavolo della politica internazionale con Russia, Cina, gli Usa e la Ue, può imperniare una politica estera?

Ovvio che rimediare a tutto questo presuppone un cambiamento radicale all’interno del Paese e una riforma profondissima dei suoi meccanismi. E se la tregua è comunque una lama di luce nel buio della guerra, il più resta da fare. E tutto sarà tranne che semplice.

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