L’apertura sulla Crimea, una sorpresa durata poco

MONDO. «Sulla Crimea è preferibile e possibile una soluzione politica a una militare».

Queste parole del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj hanno sorpreso un po’ tutti e hanno fatto pensare a un’improvvisa apertura di Kiev a una qualche forma di negoziato con la Russia e hanno destato, a seconda delle preferenze e degli orientamenti politici, speranze o delusione. Il tutto, però, è durato poco. È bastato leggere il resto dell’intervento del Presidente, che in sostanza diceva: presto avanzeremo fino ai confini della Crimea, a quel punto la Russia cederà e per noi sarà meglio trattare che continuare a combattere. In perfetta sintonia, peraltro, con le dichiarazioni del suo consigliere Mykhailo Podolyak che, quasi in contemporanea, diceva: «Quando le forze ucraine avanzeranno verso Sud e raggiungeranno il confine amministrativo della Crimea, tutto finirà rapidamente».

D’altra parte, anche se Zelens’kyj avesse avuto in mente altro, basta provare a leggere l’offerta con gli occhi della dirigenza russa. Per il Cremlino (e non solo, la convinzione è diffusa anche a livello popolare) la Crimea è Russia. Stop. Un assioma indiscutibile. Proprio come per Zelens’kyj e per gli ucraini il Donbass, Kherson o Zaporizhzhia sono Ucraina, senza possibilità di dubbio.

Il problema di questa guerra, assurda oggi ancor più di quando cominciò il 24 febbraio del 2022, è che nessuna delle parti è disponibile al minimo compromesso, alla minima rinuncia. Per gli ucraini, popolo invaso, l’intransigenza è comprensibile. Ma è impossibile non vedere che, dietro la furia bellica degli uni e degli altri, c’è anche l’ansia di sopravvivenza di due sistemi di potere.

In Russia, quello di Putin si protegge eliminando gli elementi di disturbo come Evgenyj Prigozhin e preparando per il 2024 elezioni presidenziali chiamate a perpetuare lo status quo e dove l’unico elemento di incertezza, a meno di imprevedibili tracolli nei prossimi mesi, sarà la percentuale di consensi raccolta per lo zar.

In Ucraina le cose sono molto diverse, ovviamente. Ma lo stato di guerra e i poteri speciali offerti dalla legge marziale hanno reso quasi assoluto il potere di Zelen’skyj e dei suoi, che peraltro non possono certo abbandonare il Paese all’incertezza dovendo nel frattempo liberarlo dall’invasore.

In ottobre l’Ucraina dovrebbe tenere le elezioni politiche e rinnovare il Parlamento, nella primavera del 2024 eleggere il presidente. Anche qui, a meno di eventi clamorosi, non si avrà né l’una né l’altra cosa, creando una situazione che andrà seguita con attenzione.

Può sembrare un quadro di crudele pessimismo, quello tracciato fin qui. Ma i segni di speranza sono inseguiti con onestà e tenacia solo da Papa Francesco. L’8 settembre il presidente turco Erdogan andrà in Russia per incontrare Putin. Una mediazione? Non tanto. Erdogan vuole parlare dell’accordo sul grano, disdetto dalla Russia, soprattutto perché la Turchia è stato il terzo maggiore beneficiario (dopo Cina e Spagna) delle esportazioni ucraine.

Per mettere fine a questa folle guerra, dovrebbero muoversi i grandi, Usa e Cina. Ma Washington ha tutto l’interesse a contenere la Russia, logorandola dal punto di vista militare ed economico. E la Cina ha tutto l’interesse a che la Russia non cada, per usarla come punta di lancia nel confronto epocale con l’Occidente che i suoi politici evocano quasi ogni giorno. Ogni ipotesi di pace, quindi, pare ora affidata a una svolta militare e al cedimento dell’uno o dell’altro. E non è detto che ciò avvenga presto, o avvenga del tutto.

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