L’assenza di Meloni e la linea del governo

MONDO. «Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci», l’affermazione netta e chiara di Giorgia Meloni, di per sé rassicurante, non è bastata a frenare la polemica delle opposizioni contro di lei.

Nel giorno del dibattito sulla guerra in Iran, Meloni non ha infatti accolto la richiesta di riferire personalmente alle Camere e ha deciso di delegare i ministri Tajani e Crosetto, salvo poi andare in onda a lungo e in diretta da una radio privata alla stessa ora della seduta alla Camera. Fatalmente tutti gli interventi delle sinistre sono stati di critica durissima al punto che, forse per attutire lo scontro, Giorgia Meloni ha poi deciso di anticipare il suo intervento in Parlamento in vista della prossima riunione del Consiglio europeo: era previsto che parlasse il 18, invece svolgerà il suo intervento l’11.

L’assenza della premier tuttavia è apparsa contraddittoria con l’appello lanciato a suo nome sia dal ministro degli Esteri che dal collega della Difesa perché in un momento così grave («Non siamo mai stati come adesso sull’orlo dell’abisso» ha detto Crosetto, aggiungendo: «può succedere di tutto, abbiamo alzato al massimo livello la difesa contraerea sul territorio nazionale»), Parlamento e governo trovino una forma di corresponsabilità e di solidarietà.

Guerra e diritto internazionale

Per corroborare questo appello, Crosetto ha riferito l’intenzione di Meloni che, qualora gli Stati Uniti chiedessero all’Italia di usare le basi sul nostro territorio per obiettivi bellici e non logistici, il governo - pur potendo decidere da solo - si rivolgerà comunque al Parlamento: «Decideremo insieme». E certo l’ammissione, da parte dei due componenti del governo, che quella in atto è una guerra «al di fuori delle regole del diritto internazionale», e che nessuno oggi può ottenere da Usa e Israele di cessare le ostilità, è stato un modo per venire incontro alle motivazioni delle sinistre.

Ma nulla di tutto ciò è bastato a Schlein, Conte, Fratoianni, Renzi: la polemica per l’assenza «irrispettosa» di Meloni, «soggetta a Trump», ha prevalso su tutto. E benchè le risoluzioni delle minoranze siano state ben quattro, una di queste ha unito – una volta tanto – Pd, M5S e Avs, d’accordo nell’opporsi a dare qualunque supporto alla guerra compreso ogni possibile utilizzo delle basi americane e Nato in Italia (un rifiuto totale che però sarebbe impossibile, stando agli accordi bilaterali che risalgono al 1954). Crosetto e Tajani hanno dato conto della decisione italiana e di altri Paesi (compresa la Spagna di Sanchez) di aiutare i Paesi del Golfo attaccati dall’Iran e l’isola di Cipro, Paese Ue, mediante l’invio di mezzi di difesa e di cinque navi da guerra, oggetto di un colloquio tra Meloni e Macron.

Il caso del ministro Crosetto a Dubai

Quanto al mancato preavviso sull’avvio delle operazioni in Iran da parte di Trump e Netanyahu, Crosetto ha puntigliosamente ricordato che nessun Paese al mondo è stato avvertito prima, e che la decisione di procedere è stata presa all’ultimo momento quando è stato certo di potere eliminare Khamenei, motivo per cui bisognava evitare qualunque fuga di notizie.

È stato un modo indiretto, da parte del ministro della Difesa, per difendere ancora una volta il suo operato quando si è trovato solo e bloccato a Dubai proprio nelle prime ore dell’attacco israelo-americano. Una vicenda che secondo Renzi è causata da guerre intestine tra i servizi di sicurezza e varie fazioni del governo. Renzi si è segnalato per la peculiare asprezza del suo intervento: criticato da Tajani per svolgere conferenze a pagamento nei Paesi arabi, ha risposto condannando la «raccapricciante mediocrità» dell’intervento in aula del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri.

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