Le grandi riforme, il governo resta a terra
ITALIA. Giorgia Meloni nel suo intervento sul Senato durante il cosiddetto «Premier time», pur provandoci, non è riuscita a dissipare l’impressione che il centrodestra sia ancora stordito dalla sconfitta al referendum sulle carriere della magistratura.
Lettura 2 min.L’intervento della premier è stato meno brillante del solito e gli attacchi all’opposizione sono apparsi meno puntuti nonostante che quelli delle sinistre fossero poveri di proposte alternative sui vari temi e ricchi più che altro di attacchi generici («Siete succubi degli americani», «meno soldi per le armi, più per gli ospedali», ecc.). Del resto la stessa teoria meloniana che punta a spiegare l’aumento della pressione fiscale con la crescita del gettito Irpef derivante dai nuovi assunti è da più parti contestata nei suoi fondamenti tecnici, e poco è valsa l’elencazione dei risultati sullo spread, i livelli della Borsa, la diminuzione del deficit, ecc. Del resto Meloni non poteva negare il lato più debole della coalizione: l’azzeramento delle «grandi riforme» che la maggioranza pensava di portarsi a casa con una certa facilità: di fatto di premierato (caro a Fratelli d’Italia) non si parla più, l’autonomia differenziata (voluta dalla Lega) è stata bocciata dalla Corte Costituzionale ed è molto difficile rimpannucciarla secondo è i dettami della Consulta, e infine la riforma delle carriere dei magistrati, sogno non realizzato di Silvio Berlusconi, è stata azzerata dal voto popolare. Su questo tutta l’opposizione ha potuto agevolmente infilzare le sue banderillas, e la reazione è stata mesta. La stessa spiegazione sulla crescita del Pil ormai più vicina allo zero virgola che al punto pieno («È colpa delle guerre») non è soddisfacente e sul prezzo dell’energia fatto esplodere dal conflitto americano-israelo-iraniano appellarsi ai tempi lunghi del nucleare, con tutte le incognite prevedibili, significa rimandare ad un futuro troppo lontano e incerto per essere rassicurante.
Il calo nei sondaggi
Che questa sia l’impressione prevalente nel mondo politico, lo dimostra che stanno uscendo come funghi i sondaggi che registrano il calo del centrodestra e della simpatia verso il governo: immancabile il sospetto che questa coincidenza suscita nei più smaliziati, però certo i numeri negativi fanno titolo sui giornali e nei social e contribuiscono al clima. Del resto il centrodestra ce la mette tutta per inciampare: l’incredibile sequela di accuse sul «caso Biennale» tra vecchi sodali come Buttafuoco, Giuli, Fazzolari, ecc. non depone a favore mentre il gossip romano si prepara a portare in piazza un altro ministro, dopo Sangiuliano e Piantedosi, impigliato in presunte «liaisons dangereuses», e di tutto c’è bisogno tranne di un altro scandaletto di questo genere. Poi ci sono le cose più importanti, come le battaglie tra alleati per le nomine, da ultimo il ritiro della candidatura del sottosegretario Freni dalla Consob, impallinato dal fuoco amico. E poi c’è il grande sospetto che riguarda Forza Italia: è vero o non è vero che il partito in formato Marina Berlusconi punti ad uno sganciamento per poter «dialogare» con i moderati del Pd, oggi marginali e sempre più rancorosi verso la segretaria Schlein e il suo gruppo di sinistra radicale? Senza poi dimenticare Renzi e lo stesso Calenda che tuttavia sembra attratto più che altro dalla possibilità di sostituire Salvini nella prossima legislatura (almeno così sono state lette in Senato le parole che la premier e il leader di Azione si sono scambiate in aula).
La legge elettorale
Sono tutti sospetti che si depositano nella discussione sulla legge elettorale. Ciò che non piace a Salvini e a Tajani (che spergiura sulla fedeltà di FI alla Meloni) è un progetto di legge che sembra fatto soprattutto per tutelare i numeri di Fratelli d’Italia. Movimenti che tengono conto anche di un’altra possibilità: e se alle elezioni del 2027 si verificasse un pareggio tra destra e sinistra?
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