Le guerre e il nucleare: se prevale l’irrazionale

MONDO. Nel secolo scorso durante la Guerra Fredda, Johnny Dorelli cantava una celebre canzone dal titolo «Arriva la bomba». C’è da augurarsi davvero che non succeda ma, come diceva Giulio Andreotti, «a pensare male qualche volta si indovina».

I negoziati tra Washington e Teheran, mediati dal Pakistan, continuano, ma più passa il tempo e più diventa difficile trovare una soluzione al conflitto in Iran. A Teheran non si vuole perdere l’occasione storica di poter controllare direttamente o, in condominio con l’Oman, lo Stretto di Hormuz. Non riuscendo a piegare il regime degli ayatollah con i bombardamenti e il blocco navale, americani e israeliani hanno indotto gli iraniani a considerare lo Stretto una vera e propria miniera d’oro che nel tempo assicurerà alla casse dello Stato una fonte continua di ricchezza. Per convincerli a ritornare alla situazione esistente prima del 28 febbraio (transito libero), dovrebbero essere fatte offerte probabilmente insostenibili da parte degli aggressori, oppure Cina e Russia – che hanno maggiore influenza – dovrebbero far pressioni molto pesanti sui pasdaran a loro volta divenuti, grazie alla guerra, i veri padroni politici e militari in Iran.

Le armi nucleari in mani iraniane

La linea rossa tracciata più volte, soprattutto da Gerusalemme ma sostenuta da Trump, è il possesso dell’arma nucleare in mani iraniane. Il sostanziale fallimento delle operazioni militari e l’incapacità di mettere le mani sull’uranio arricchito di cui dispone ancora il regime a Teheran, potrebbero portare Netanyahu a considerare seriamente l’uso di armi nucleari tattiche. Qualora questo accadesse si farebbe uscire il «genio dalla lampada» che dal 1945 era rinchiuso in una rete di regole e obblighi internazionali che nessuno Stato di fatto aveva mai messo in discussione. Al di là delle conseguenze umanitarie, materiali ed economiche devastanti, le ricadute politiche potrebbero essere ancora peggiori. Se si rivolge lo sguardo a Mosca dove l’ideologo nazionalista Sergey Karaganov e i vertici militari hanno indotto il loro presidente ad abbassare la soglia d’impiego delle armi nucleari russe, qualcuno potrebbe pensare di seguire l’esempio per risolvere la questione ucraina.

Le voci dissenzienti in Russia

Del resto si moltiplicano in Russia le voci dissenzienti sulla strategia seguita finora che non ha dato risultati e strati sempre più larghi della popolazione mostrano insofferenza. Con un «colpo di spugna», rappresentato dall’uso dell’arma nucleare, Putin inferirebbe un colpo mortale all’Ucraina e aprirebbe una prova di forza con l’Europa e l’Ue che al momento non sembrano in grado di sostenere. Fino ad ora la dirigenza russa, pur minacciando misure estreme in alcune occasioni, non si è decisa ad un atto del genere temendo probabilmente una forte reazione di Pechino, cui è legata da una «relazione speciale», e della comunità internazionale che, salvo in Occidente, non ha stigmatizzato più di tanto l’aggressione russa. Un eventuale utilizzo di un ordigno nucleare in Medio Oriente, agli occhi di una dittatura come quella in Russia potrebbe apparire un’occasione inaspettata da cogliere dopo quattro anni di iniziative militari insufficienti a raggiungere gli obiettivi prefissati.

La road map dopo l’incontro Usa-Cina

Eventi del genere nel panorama internazionale sarebbero come scosse sussultorie e trasversali che si propagano in un terremoto. Cosa cambierebbe nelle menti delle leadership in Paesi come la Corea del Nord o il Pakistan già detentori di armi atomiche? Si assisterebbe plausibilmente a una nuova corsa per dotarsi di arsenali nucleari da parte di Paesi come la Turchia, il Giappone, la Corea del Sud, l’Arabia Saudita/Paesi del Golfo e persino la Germania. Per scongiurare uno scenario così inquietante e pericoloso, ancora una volta il pallino sembra nelle mani del presidente americano, unico leader mondiale in grado di frenare iniziative dissennate del premier israeliano. C’è da sperare che l’incontro fra Trump e Xi Jinping in programma nei prossimi giorni serva a individuare una «road map» per un compromesso accettabile da tutte le parti in causa e funzionale a mettere fine alla guerra in Iran. L’ombra della catastrofe deve necessariamente indurre le potenze mondiali a fermarsi prima del baratro.

*Ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca

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