(Foto di Ansa)
ITALIA. Imbarazzante, questo «caso Cirielli». Tanto imbarazzante che le versioni di come sono andati realmente i fatti si accavallano e si contraddicono.
Quando l’altroieri è emersa la notizia di un incontro riservato tra il vice ministro degli Esteri Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia, candidato alla presidenza della Regione Campania) con l’ambasciatore russo Aleksej Paramonov, si è scritto di una irritatissima reazione di Giorgia Meloni, che sarebbe stata tenuta all’oscuro, lei come lo stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani come la struttura della Farnesina. E come è possibile che un vice ministro incontri a insaputa di tutti i suoi superiori l’ambasciatore di una potenza in guerra contro una nazione europea che noi da quattro anni aiutiamo anche con l’invio delle armi? E di cosa avrà parlato con l’inviato di Mosca il rappresentante di FdI nel ministero guidato da Antonio Tajani, leader di Forza Italia? Irritualità doppia perché si dava per certo che l’incontro fosse avvenuto all’esterno della Farnesina. Le opposizioni hanno prontamente chiesto le immediate dimissioni di Cirielli.
Poi ieri è arrivata la versione dell’interessato che naturalmente ha smentito tutto: «L’incontro c’è stato - ha dichiarato - come è normale che avvenga tra strutture diplomatiche anche in tempi di emergenza: ovviamente il ministro ne era a conoscenza, quindi io ero autorizzato, e perdipiù il colloquio si è tenuto nel Palazzo della Farnesina alla presenza di diplomatici di carriera che hanno verbalizzato tutto, compresa la conferma della linea di sostegno all’Ucraina da parte dell’Italia». Ma allora perché tutto questo polverone? Da un piccolo fatto si può risalire all’estrema difficoltà del momento e alla necessità della premier che la squadra del governo non allenti la disciplina. Facile a dirsi se non fosse che nel governo c’è un vice premier che ogni giorno di più accentua la sua linea filo russa senza troppo curarsi di creare imbarazzi a Giorgia Meloni, impegnata nel difficilissimo esercizio di barcamenarsi tra fedeltà trumpiana e lealtà europea, proprio nel momento in cui le due sponde dell’Atlantico si divaricano come mai prima. Ultimo caso l’allentamento delle sanzioni alla Russia disposto da Trump. Immediatamente Matteo Salvini ha rilanciato la sua proposta di tornare ad acquistare a minor prezzo i carburanti fossili venduti da Mosca, una proposta che però non trova riscontro. Ma Salvini deve inseguire Vannacci che deliberatamente lo scavalca in filo-putinismo spinto, e quindi tocca a Meloni riuscire a coabitare con un leader leghista in eterna gara con lei. Ecco perché il caso Cirielli è esploso: perché Cirielli è uno di Fratelli d’Italia, e se fosse vero che la presidente del Consiglio non sapeva alcunché dell’iniziativa del suo vice ministro, sarebbe comprensibile la sua, chiamiamola così, irritazione, sfociata, pare, in un colloquio «franco».
Su un punto però Meloni e Salvini non seguono linee diverse: l’Italia non ha alcuna intenzione di soddisfare la richiesta di Trump mandando nostre navi militari nello Stretto di Hormuz per consentire il passaggio delle petroliere attaccate dagli iraniani. Sarebbe come entrare in una guerra «dove non siamo e non vogliamo stare», per ripetere le parole usate dalla presidente del Consiglio nel corso del suo intervento di qualche giorno fa in Parlamento. Oltretutto, sarà un caso oppure no, però i nostri soldati in missione di pace nell’area sono stati già messi nel mirino dei razzi degli ayatollah. Del resto, il «no» alla richiesta di aiuto da parte di Trump è arrivato con molta nettezza anche dai partner europei, a cominciare dal cancelliere Merz: «Quella non è la nostra guerra».
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