Le spese militari dissimulate dai governi

Italia. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato con orgoglio in Parlamento l’aumento delle spese militari. Atteggiamento discutibile, certo, ma i governi precedenti avevano sempre dissimulato, nascosto, balbettato, e mai erano andati davanti alle Camere per appuntarsi sul petto una medaglia preventiva per quelle spese.

Lorenzo Guerini, ministro della Difesa prima di Guido Crosetto, aveva fatto tutto senza clamori, anche se si deve a lui il balzo più «mirabile» mai avvenuto nella storia della Repubblica. In piena estate due anni fa, mentre l’Italia macinava medaglie alle Olimpiadi di Tokyo, depositava in Parlamento il Dpp, acronimo di «Documento programmatico pluriennale» della Difesa, 250 pagine di armi e denaro, con la cifra record di più sette miliardi di euro! Giorgia Meloni ha preso in dote tutto quanto e ha annunciato che andrà oltre e raggiungerà quel 2 per cento, sollecitato dalla Nato come «giusto ed equo», impegno che l’Italia aveva preso nel 2014 con l’Alleanza, ma che mai nessun governo aveva rispettato. Ora (purtroppo) si cambia, con buona pace dei sacrosanti appelli di Papa Francesco contro la spesa militare, madre di tutte le povertà. Per Fratelli d’Italia, invece, è un punto d’onore. L’aumento della spesa militare è nel programma con il quale ha vinto le elezioni. E poi tutto il mondo lo sta facendo, perché negli ultimi dieci anni l’industria degli armamenti ha aumentato il fatturato di ben il 773%, mentre il commercio delle armi è diminuito.

Paradosso? No, la spiegazione è che i Paesi producono e comperano di più per se stessi. Da noi è stato l’ex ministro Guerini ad interpretare meglio di tutti la congiuntura. Poi Guido Crosetto, che di industria delle armi se ne intende, ci ha messo il sigillo e Giorgia Meloni lo ha proclamato baldanzosamente al Paese. Ma attenzione la guerra in Ucraina c’entra ben poco. Abbiamo fornito armi all’Ucraina per una cifra che sfiora il miliardo di euro, secondo fonti concordanti, anche se tutto è segreto. Crosetto il 25 gennaio in Parlamento ha spiegato che le scorte vanno ripristinate. Ma la lista della spesa che i vertici delle forze armate hanno illustrato nei giorni scorsi in diverse audizioni alle Commissione Difesa di Camera e Senato schizza di molto verso le stelle e supera anche quanto contiene il «Nuovo progetto del ministero della Difesa», documento arrivato in Parlamento pochi giorni prima dell’insediamento del governo Meloni.

I generali hanno detto con estrema chiarezza che occorre spingersi molto più in là per «prepararsi alle sfide del futuro». E, siccome riguardano armi, non saranno sicuramente seducenti. La lista della spesa è stratosferica, e se si fanno diligentemente i calcoli delle singole voci, previste o invocate, si arriva in un baleno a quasi 50 miliardi di euro tra nuove armi, sistemi di telecomunicazioni e restyling di quelle obsolete. È il caso dei 125 carri armati «Ariete», progettati negli anni Ottanta, operativi dal 1995, che ora hanno bisogno di manutenzione per quasi un miliardo di euro.

Il generale Pietro Serino, capo di Stato maggiore della Difesa, nell’audizione del 21 febbraio scorso davanti alla Commissione Difesa della Camera, ha sollecitato la creazione di un «maxi-fondo» e la «creazione di un polo industriale terrestre» tra grandi aziende e la filiera delle medie e piccole industrie del settore. Si sa che il desiderio è il ricorso in ambito difesa a poteri speciali, il cosiddetto «golden power», ultimo guizzo per centrare l’obiettivo del 2%. Benissimo (?), ma sempre mantenendo la promessa di metterci la faccia e non nascondere nulla. Così il cittadino saprà e giudicherà.

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