L’impopolare Macron potrà essere rimpianto

MONDO. Impopolare in patria, Macron un giorno o l’altro, mettiamo nel 2027, potrà essere rimpianto. Il presidente francese, nell’ultimo anno all’Eliseo e non più eleggibile, sta riempiendo gli scatoloni e preparando le valigie.

Le indiscrezioni che danno Christine Lagarde in possibile uscita anticipata dalla guida della Bce per assumere altri incarichi importanti fanno pensare a una risistemazione dell’establishment di Macron prima del giorno fatale e del salto nel buio: la pronosticata elezione di Jordan Bardella, l’emergente dell’estrema destra (Marine Le Pen, per il momento, è ineleggibile dopo la condanna in primo grado e in attesa dell’appello). Soltanto un’ipotesi, estrema e non auspicabile, che comunque lascia il segno sulla incerta scena politica francese ed europea, perché si accoppia alla crescita dell’estrema destra tedesca, intrappolando i due Stati leader. L’effetto a cascata su scala continentale va messo nel conto per l’impatto del nazionalismo del Rassemblement National e per la duplice azione di Macron: argine al sovranismo e promotore dell’autonomia strategica Ue in risposta a Trump.

Il recente balzo in avanti di Merz («La battaglia di Maga negli Stati Uniti non è la nostra») segue il bazooka geopolitico del leader parigino, e in qualche misura vi si affianca: offre buone ragioni all’Europa integrata costruita in opposizione al nazionalismo etnico e marca la distanza dal minimalismo di Giorgia Meloni nei confronti dei guasti del trumpismo.

L’arretramento francese è un caso di scuola: parla anche a noi. Dal ribellismo dei gilet gialli a fine 2018, il Paese ha vissuto una serie di derive (governi uno dietro l’altro senza maggioranza, riforme annunciate e ritirate, conti pubblici a rischio) che ha portato alla polarizzazione sociale e politica dentro quella monarchia repubblicana inventata da de Gaulle e che oggi mostra l’usura del tempo. Il limite di Macron è stato l’aver sostituito il confronto destra-sinistra con un liberalismo elitario e guidato dall’alto, come da tradizione, che non s’è impiantato nel tessuto comunitario e che non è entrato nella testa dei cittadini.

L’umore dei francesi, secondo i sondaggi, non ha uguali nella storia recente e nel paragone con la vecchia Europa per pessimismo, introversione, percezione del declino del proprio Paese. Tre i risultati. Assenza di un baricentro politico capace di filtrare le pulsioni anti-sistema in una società già verticalizzata e dai deboli corpi intermedi (sindacati e associazionismo). Consolidamento e metamorfosi della destra radicale. Attivismo oltranzista della sinistra giacobina (France Insoumise del tribuno Mélenchon) a scapito della sinistra riformista, come vuole la Repubblica dei filosofi. Le due estreme (35% la prima, 10% la seconda) radunano quasi la metà degli elettori.

Non ultimo, una tensione latente di piazza, testimoniata dall’uccisione di un giovane della destra identitaria a Lione. Come avverte l’ex premier gollista de Villepin: «La posta in gioco è la conquista delle menti, delle strade. Non cediamo terreno all’estrema destra. Ci avviciniamo, ne sono convinto, a un punto di non ritorno. Qualcosa sta iniziando a sfuggirci». Il tema della sicurezza (un bene pubblico) riporta al centro del dibattito questioni già presenti nell’agenda di Le Pen, aumentando la visibilità del partito che da anni ha adottato una linea comunicativa orientata ad ampliare la propria base elettorale verso la destra repubblicana (in Francia significa democratica). Al punto che ora è il Rassemblement National, in un capovolgimento narrativo, a chiedere il «cordone sanitario» contro la sinistra. Del resto un vecchio adagio dice come gli eccessi della sinistra radicale possano rafforzare l’estrema destra, attirandovi pezzi della maggioranza silenziosa. Il cambio di pelle del partito fondato oltre mezzo secolo fa da Le Pen padre non è solo cosmesi o bonifica lessicale, ma risponde a un trasformismo mirato: la nuova generazione al comando sovrappone alla vecchia patina popolare e operaia la formula del partito d’ordine contro il caos, della stabilità contro il salto nel vuoto.

L’altra novità è che la convergenza fra lepenisti e conservatori, in sostanza un definitivo sdoganamento, comincia a trovare l’esplicito sostegno dei poteri economici che contano e di una cultura reazionaria che qui ha radici antiche. Sul piano europeo, la «presentabilità» di questa destra radicale coincide con la fase 2 del sovranismo in pieno svolgimento: lavorare all’interno delle istituzioni per indebolirle e non cambiarle. Un nesso parassitario con la Ue, utilizzando le incongruenze di Bruxelles per mobilitare le insoddisfazioni sociali a proprio vantaggio. Un rapporto di convenienza, la cifra di un nazionalismo che si propone «rassicurante», sotto nuove vesti.

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