(Foto di Epa/Clemens Bilan)
MONDO. «Aiuto, aiuto arrivano i turchi!»: questo era il grido di allarme che per tutta Europa ha risuonato per secoli a indicare il pericolo di un’invasione di «alieni» che avrebbero distrutto la civiltà occidentale.
Oggi invece, sul nostro continente e in Gran Bretagna, la parola d’ordine delle destre più o meno radicali che attira molti consensi è re-migrazione. Questa denominazione relativamente nuova è stata coniata ancora una volta per placare le paure che attraversano le nostre città incapaci di assorbire masse di immigrati con frange che commettono reati. Indipendentemente dal colore dei governi al potere, le statistiche dicono che le politiche di contenimento del fenomeno migratorio, anche a livello europeo, rimangono poco efficaci, mentre sporadici rallentamenti stagionali dei flussi non modificano un trend che sembra inarrestabile.
Anche nel caso delle centinaia di migliaia di ucraini che hanno dovuto lasciare il proprio Paese dopo l’attacco russo, in quegli Stati che li hanno accolti in grande numero e a braccia aperte (Polonia, Germania, Repubblica Ceca), ora è significativamente palpabile un certo rigetto per le risorse drenate nei settori educativo e medico a scapito delle popolazioni locali. Probabilmente se sulla tematica migratoria vi fosse un largo consenso politico nell’Ue, si potrebbero generare le dovute ingenti risorse per selezionare, istruire e inserire nel mondo del lavoro europeo migliaia di lavoratori di cui abbiamo bisogno per tenere in piedi le nostre economie e far fronte a un trend demografico destinato a condannarci all’irrilevanza sul piano mondiale entro la fine del secolo.
Quali sono le discriminanti che rendono le nostre popolazioni più o meno sensibili alla presenza del «diverso», ad accoglierlo come badante o ad offrire un lavoro? Qui le analisi divergono a seconda del contesto storico-sociale in cui ci si trova e dell’andamento dell’economia. E anche le reazioni delle diverse destre europee si differenziano significativamente. L’ allarme più grave viene dalla Germania e dalla Gran Bretagna e dovrebbe indurre anche le istituzioni a Bruxelles a prendere posizione senza distinguo e studiando forti misure contro un’onda montante, molto pericolosa, di vero e proprio razzismo.
L’Afd (Alleanza per la Germania), partito di estrema destra che ha ormai occupato spazi sempre più importanti nel panorama politico tedesco (da ultimo ha guadagnato il 20% dei consensi in Renania e non soltanto nelle aree dell’Est), è fiancheggiato da movimenti minori che auspicano politiche persino più radicali. Il cancelliere Merz cerca di togliere vento dalle ali dell’Afd paventando un’espulsione progressiva dell’80% dei siriani – erano circa un milione ai tempi di Merkel – che ormai fanno parte della società tedesca. Il cancelliere cristiano-democratico si trova di fronte a difficoltà pratiche relative all’atteggiamento del governo siriano e non sembra aver la forza politica di trascinare la propria coalizione contro il consenso di numerose forze sociali intermedie moderate. La destra tedesca invece pubblicamente si fa portavoce di vere e proprie espulsioni di massa, prende esempio dalle azioni violente dell’Agenzia Federale per l’Immigrazione (Ice) negli Usa e non ha vergogna nel rievocare antichi fantasmi di pulizia etnica.
Non molto diversa la posizione dell’ultra conservatore Farange, nel Regno Unito, favorevole a rimpatri forzati e sempre più popolare presso quegli elettori delusi dall’attuale governo laburista e che a suo tempo votarono per la Brexit. In Francia il quadro sembra più complesso. Il Rassemblement National, campione della destra estrema che potrebbe mandare nel 2027 all’Eliseo un suo rappresentante, mostra una postura assertiva, ma meno aggressiva verso gli immigrati per non spaventare troppo il ceto medio. Per arrivare al potere punta più sul caos politico nel centro e a sinistra e sull’incapacità di Macron nel far ripartire l’economia. Nel nostro Paese, Giorgia Meloni deve fare i conti con l’obiettivo contributo al Pil che gli stranieri forniscono, mentre Salvini è sempre meno credibile. S’è totalmente appropriato della «causa» il generale Vannacci, il cui messaggio sembra far breccia tra una percentuale di votanti di Fratelli d’Italia e della Lega.
In una grossa parte del Centro-Est Europa (Polonia, Cechia, Ungheria, Slovacchia), dove le forze politiche di sinistra sono assenti dal panorama politico, i governi presidiano con tutta la forza necessaria i propri confini e non si avverte un reale problema di ordine pubblico derivante dalla presenza di immigrati. Si osserva peraltro sempre più la mancanza di manodopera per economie che crescono a ritmi maggiori che altrove e si continua a contare sulla presenza ucraina o di alcuni gruppi asiatici (vietnamiti, indiani) sapientemente selezionati.
Non c’è dubbio che il tema migrazione, molto complesso e divisivo, si presti a facili semplificazioni e gravi manipolazioni. Ma la classe politica europea deve capire che occorre tutta la fermezza necessaria contro le derive autoritarie semplificatorie, perché su di esso si gioca una partita cruciale per la stessa sopravvivenza della democrazia liberale.
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