Nel mondo si rovesciano ordine e disordine tra Oriente e Occidente

MONDO. Tra il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i rapporti tra Stati Uniti e paesi europei.

Se il mondo è una mela, mai come in questi giorni le due metà del frutto sono sembrate tanto diverse e lontane. Ieri circolavano le immagini del primo ministro indiano Narendra Modi che arrivava sorridente in Cina dopo un’assenza di sette anni, un periodo in cui i rapporti tra i due giganti asiatici sono stati spesso turbolenti. Modi partecipa al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) con (tra gli altri, perché la Sco ha 10 Paesi membri e 16 osservatori) Vladimir Putin, Recep Tayyep Erdogan e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Putin in questi giorni avrà un bilaterale con Modi, oltre che con Xi Jnping, e a dicembre sarà in India in visita di Stato.

Un po’ di confusione

Nell’altra metà sembra invece regnare una certa confusione. Dalla Casa Bianca spirano molti mugugni e si lascia filtrare la convinzione che i leader europei cerchino di boicottare gli sforzi Usa per una composizione del conflitto in Ucraina. Vero o no che sia, è l’indice di un rapporto ormai poco fluido tra le due sponde dell’Atlantico. Anche in patria Trump, partito come uno schiacciasassi, sembra segnare il passo. Solo il 37% degli elettori, secondo l’ultimo sondaggio della Quinnipiac University, approva la sua azione di governo mentre il 55% disapprova, con un allargamento della forbice del 4% rispetto a luglio. Se pure il Partito democratico resta afono e impotente, si moltiplicano le resistenze della magistratura, come sempre pronta a fare le veci della politica assente. La Corte d’appello federale ha sentenziato che Trump ha abusato dei suoi poteri imponendo agli altri Paesi dazi che richiedevano l’approvazione del Congresso. Il Presidente ha tempo fino a ottobre per ricorrere alla Corte Suprema che, essendo a maggioranza conservatrice, gli darà ragione. Ma è un segnale. Come lo è il blocco alle espulsioni rapide dei migranti irregolari imposto (di nuovo, forse solo pro tempore) da un giudice federale di Washington. Infine, cresce la voglia di opposizione tra i funzionari che Trump considera ostili o non allineati e che va licenziando un po’ dappertutto, dalla Federal Reserve alle ferrovie, dall’Agenzia sanitaria all’Ufficio statistico.

Bisogna guardarsi dalle generalizzazioni. Non va tutto male in Occidente, non va tutto bene nel composito «fronte alternativo» di cui Cina e Russia sono i principali esponenti. Non bisogna sottovalutare, però, il fenomeno di cui parliamo da tempo e che si era manifestato con l’invasione russa dell’Ucraina. Usa ed Europa avevano varato la politica delle sanzioni (e degli aiuti al Paese invaso) per scoprire che una parte importante del mondo non era disposta a seguirli. Un atteggiamento che non era difficile leggere come una ribellione a quella che era percepita, in politica e in economia, come l’arroganza dell’Occidente.

Ma il mondo è cambiato

Un confronto a distanza, per i pessimisti uno scontro latente, che le politiche di Trump non hanno alleviato ma inasprito. Proviamo a fare qualche esempio. A Pechino arriva il presidente turco Erdogan. Tutt’altro che uno stinco di santo, il grande patrono dei qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham che hanno preso il potere in Siria. Era prevedibile, però, che la copertura concessa dagli Usa a Israele (le truppe dello Stato ebraico sono a 5 chilometri da Damasco) avrebbe prima o poi provocato un confronto tra Israele e Turchia. E l’esercito di Erdogan sarebbe un avversario ben più duro degli Houthi dello Yemen o degli ayatollah. Secondo esempio, l’India. Un Paese in ascesa da sempre filo-americano, che gli Usa hanno usato come baluardo asiatico contro la Cina. Trump ha provato a imporre dazi del 50% per convincerlo a non comprare più petrolio russo. Risultato: l’India ha intensificato le relazioni economiche con la Russia, Modi non risponde alle telefonate di Trump e si appresta invece a ricevere Putin. E migliorano anche i rapporti tra India e Cina.

Il vero problema, oggi, sembra quello di convincere Trump e i suoi che, anche se Washington resta al centro, tutt’intorno il mondo è cambiato e molte delle regole di un tempo non valgono più. Inventarne di nuove e migliori è proprio il compito di una grande leadership.

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