Per l’Iran ora Hormuz è più strategico dell’uranio

MONDO. Il negoziato che nessuno vuole concludere ma di cui nessuno può fare a meno, quello tra l’Iran e gli Usa con al traino Israele, ha vissuto un’altra delle sue paradossali giornate.

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La precedente (del numero totale si è ormai perso il conto) proposta iraniana non era piaciuta a Donald Trump («Assolutamente inaccettabile») che poi però era volato a Pechino, dove l’incontro con Xi Jinping aveva fatto sperare in qualche novità positiva. Essendo la Cina troppo smagata per togliere le castagne dal fuoco alla Casa Bianca, ed essendo tuttora imponente l’armata aerea e navale schierata dagli Usa nel Golfo Persico (anche ieri una trentina di aerei cargo Usa si sono mossi dalle basi in Germania verso il Medio Oriente), l’Iran ha pensato bene di riempire il vuoto con un altro documento, quello appunto recapitato ieri, in cui rimaneggia le proprie posizioni.

A quel che si sa, la vera novità sarebbe che, forse per la prima volta, le autorità di Teheran accettano di parlare dell’uranio arricchito e da arricchire senza prima chiedere concessioni, tipo il ritiro di tutte le sanzioni Usa. In sostanza, l’idea sarebbe di sospendere per un lungo intervallo i processi di arricchimento e di far uscire dal Paese, per trasferirlo in Russia, l’uranio già arricchito. Quella lunga pausa dovrebbe essere utilizzata per trovare un accordo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, per trattare con gli Usa il ritiro delle sanzioni e dei blocchi alle esportazioni iraniane di petrolio e per costruire un sistema di garanzie rispetto alla possibilità che Usa e Israele tornino in futuro ad attaccare l’Iran.

A quel che si sa, la vera novità sarebbe che, forse per la prima volta, le autorità di Teheran accettano di parlare dell’uranio arricchito e da arricchire senza prima chiedere concessioni, tipo il ritiro di tutte le sanzioni Usa

La novità, anche se non clamorosa, c’è. Ma non è di quelle che possono piacere a Trump e ai suoi. Il presidente Usa deve poter uscire da vincitore (o presunto tale) da una guerra che ha voluto a tutti i costi e che, almeno finora, non gli ha portato i risultati sperati. Al contrario. Mezzo mondo ce l’ha con lui, prima perché ha iniziato un conflitto che ha creato una crisi economica profonda e adesso perché non riesce a concluderlo. Il debito pubblico degli Stati Uniti è aumentato di 250 miliardi di dollari (da 39 a 39,25 trilioni) in due mesi. E l’inflazione appesantisce il bilancio delle famiglie americane. Trump deve poter dire che l’Iran ha ceduto, si è piegato, ha perso. E a queste condizioni non lo può fare.

La Russia ha grande esperienza di nucleare e ha costruito e operato la centrale atomica iraniana di Bushehr. Ma gli Usa hanno detto no già tempo fa e non torneranno sui propri passi

Quanto all’idea di conferire l’uranio iraniano arricchito alla Russia, poche cose possono risultargli altrettanto indigeste, visto che ha detto in lungo e in largo che quell’uranio deve finire negli Usa. L’idea, che circolava già prima della guerra, di per sé avrebbe anche una sua logica: la Russia ha grande esperienza di nucleare e ha costruito e operato la centrale atomica iraniana di Bushehr. Ma gli Usa hanno detto no già tempo fa e non torneranno sui propri passi.

Bisognerebbe forse chiedersi perché la guida suprema Mojtaba Khamenei e i suoi abbiano di colpo deciso che dell’uranio si possa parlare subito e non solo dopo un accordo preventivo di pace, come dicevano prima. E la risposta non è consolante. Oggi, per come stanno le cose, il tema del nucleare non è più così decisivo per l’Iran, che ha scoperto di avere una leva assai meno costosa (in termini economici, politici e umani) e assai più efficace: il blocco dello Stretto di Hormuz. Le ricadute del blocco sono chiare a tutti per via dell’aumento del prezzo del petrolio ma investono molti altri settori oltre a quello energetico. E possono essere amplificate da eventuali attacchi nello Stretto di Bab al-Mandeb da parte degli houthi, alleati dell’Iran. Di tutto questo gli iraniani sono così convinti da aver pubblicato online il sito dove gli armatori possono «assicurarsi» contro eventuali attacchi in cambio di un pagamento in cryptovalute.

E non basta: stanno pensando di estorcere una tassa anche agli utenti (Stati, grandi istituzioni finanziarie, colossi delle tecnologie) dei cavi che corrono sul fondo dello Stretto di Hormuz e consentono le comunicazioni e le transazioni globali. Il secondo e più pesante tempo dell’offensiva a base di droni lanciata tempo fa contro i data center delle aziende Usa disseminati nei Paesi del Golfo Persico. Come se ne esce? Trump minaccia fuoco e fiamme e una tempesta di bombe. Ma gli conviene? E infatti, nella notte è arrivato l’ennesimo passo indietro: la trattativa continua.

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