Salvare vite non è reato. Se l’ovvio non è ovvio

I pm di Agrigento mercoledì scorso hanno chiesto l’archiviazione per il capitano e l’armatore della nave Mare Jonio, appartenente all’associazione «Mediterranea», che il 9 maggio 2019 in acque libiche soccorse 30 migranti, tra i quali due donne incinte, una bambina di due anni e diversi minori non accompagnati. L’accusa era favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina e violazioni del codice della navigazione. Nel motivare la richiesta i pm rilevano che «l’intervento umanitario, in mancanza di prove di contatti con i trafficanti, non è mai sanzionabile». Viene inoltre ricordato come «non vi sia una normativa italiana o internazionale che autorizzi lo sbarco dei migranti a Tripoli».

Salvare vite non è reato. Se l’ovvio non è ovvio
Salvataggio di migranti nel Mediterraneo
(Foto di Ansa)

Il giorno dopo il gip, ancora di Agrigento, ha archiviato l’indagine sul capitano di un’imbarcazione dell’organizzazione non governativa (ong) «Sea Watch»: il 19 maggio 2019 sbarcò a Lampedusa 47 immigrati salvati nel Mediterraneo quattro giorni prima. In questo caso il reato contestato era il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Salgono così a 19 su 20 le inchieste concluse con l’assoluzione, il proscioglimento o l’archiviazione che hanno chiamato in causa navi umanitarie. È incredibile l’accanimento giudiziario, di una parte della politica e del senso comune contro questa attività: il salvataggio di vite da parte delle ong ha un costo che non ricade sui bilanci pubblici e copre il vuoto lasciato dagli Stati. L’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio arrivò a definire con cinismo le navi delle ong «taxi del mare». Solo dal 2013 ad oggi sono morti o dispersi nel Mediterraneo centrale 17.800 immigrati: ma su questa immane tragedia cala un velo.

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