Si dice che l’Italia dia il meglio di sé quando si trova con le spalle al muro. Siamo il Paese d’Europa più franoso, più soggetto a terremoti. Eppure nessun governo ha attuato (progettato magari sì) un piano organico di salvaguardia della nostra bella Italia. Di regola aspettiamo un nuovo rovinoso cedimento franoso o una scossa di terreno per risvegliare, allora sì, un generoso sentimento di solidarietà. In quel frangente, corriamo a soccorrere gli sfortunati concittadini, salvo poi lasciare puntualmente inevasi i proponimenti espressi nel momento dell’emergenza. Questa premessa serve a paragonare quel che si verifica periodicamente nel settore della salvaguardia ambientale alle circostanze emergenziali della vita politica. Ci risiamo con la crisi di Hormuz. Esplodono i costi delle fonti energetiche, compie un balzo l’inflazione. Colpa della nostra imprevidenza, di non aver attuato un adeguato piano di diversificazione delle fonti energetiche. Nessun governo, nessun partito, ha pensato prima di farsene carico. Di fronte all’emergenza si segue il solito copione. Qualche sussidio, qualche bonus e tutto è destinato a restare come prima. Non aiuta certo a impostare un serio, organico piano energetico nazionale il clima della campagna elettorale ormai in corso. Sarà una campagna lunga, c’è da scommettere, anche rissosa, puntualmente generosa di promesse di future elargizioni di servizi e di alleggerimenti fiscali ma avara di impegni per riforme organiche che affrontino di petto il problema cronico di un’economia ormai stagnante da quasi un trentennio. Esattamente quello che impedisce al nostro Paese il miglioramento del tenore di vita, l’aumento dei salari e degli occupati, soprattutto nei settori tecnologici di punta. Esattamente quello che invece hanno saputo fare altri Paesi: Grecia, Portogallo, Spagna hanno messo prima i loro conti in ordine e ora ne traggono i frutti: +2-3% annuo del Pil.
Di tutto ciò da noi non si vede l’ombra. Meloni, è vero, non ha largheggiato (una volta al governo) con facili promesse di spesa. Si è attenuta anzi a un meritorio rigore di bilancio che ci ha portati a un passo dall’uscita dalla procedura europea d’infrazione. La reazione, però, di parti della maggioranza (la Lega di Salvini in primis) mostra che è stato maldigerito un triennio di prudenti politiche di bilancio e questo non lascia ben sperare sul futuro. Peraltro, non si può nemmeno dire che Meloni in tre anni di governo abbia osato prendere il toro per le corna. La solita paura di pagare un piano di riforme serie con l’impopolarità. Si ritrova così stretta tra l’incudine e il martello: rischiare una reazione negativa dei mercati con uno scostamento di bilancio per sopperire agli aumenti del costo della benzina e delle bollette o rinunciarvi al costo però di pagare tra un anno, alle elezioni, il malcontento dell’opinione pubblica?
Nessuna paura invece scuote il fronte opposto. Opta al contrario con la promessa di largheggiare nelle spese, un po’ su tutto (scuola, sanità, pensioni, transizione energetica) senza però indicare le coperture finanziarie. Una parte, forse maggioritaria, della sinistra non vede l’ora di tornare alle politiche di bilancio delle precedenti legislature. Esattamente quelle che hanno determinato la necessità dolorosa oggi di un aggiustamento. Per non parlare di Conte. Il dispensatore a colpi di centinaia di miliardi di redditi di cittadinanza e di bonus edilizi, non si smentisce. Chiede di rivedere gli accordi firmati sul Patto di stabilità. Quanto alle risorse necessarie ad un ricco piano di sussidi, l’ex avvocato del popolo si propone di recuperarle dagli extraprofitti di banche, colossi energetici e industria delle armi. Piccolo particolare: sono tutte società multinazionali quotate in Borsa.
Veniamo così al punto. La destra nutre qualche dubbio sulla necessità/convenienza di completare il processo di risanamento dei conti. La sinistra semplicemente ne rifiuta la necessità.
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