Tensione Cina-Usa Taiwan vittima
Taiwan è nel mirino dell’imperialismo cinese (Foto by ansa)

Tensione Cina-Usa
Taiwan vittima

Chiu-kuo Cheng, ministro della Difesa di Taiwan, ha le idee chiare. La Cina potrebbe invadere l’isola anche adesso ma fra tre anni, nel 2025, avrà le condizioni perfette per un’operazione militare. E tutti gli indizi fanno pensare che lo farà. Ha ragione il ministro? Di certo negli ultimi anni la Repubblica popolare di Cina ha intensificato la pressione sull’isola che dal 1949 Pechino considera «parte inalienabile» del proprio territorio. Le incursioni militari sono diventate quasi quotidiane (e i 156 voli di caccia cinesi nello spazio aereo taiwanese negli ultimi quattro giorni sono l’apice appunto di quel processo) e in modo meno evidente ma non meno insidioso sono diventate sempre più frequenti le cyber-offensive, le campagne di disinformazione, le crociere di navi da guerra nelle acque altrui. Il tutto per influenzare e intimidire la popolazione della piccola e orgogliosa isola. Ma non basta. Le forze armate cinesi sono da tempo oggetto di uno sforzo di modernizzazione che, secondo le autorità di Pechino, dovrebbe compiersi nel 2027. Ma agli esperti non è sfuggito che, nel frattempo, la Cina si è dotata di sommergibili d’attacco, missili anti-nave e piattaforme aeree e navali che sono la base indispensabile per un’invasione via mare.

Anche così, però, la prospettiva di una guerra guerreggiata non convince. La Cina sa bene che, in caso di attacco, dovrebbe fronteggiare una reazione degli Usa e del Giappone, con ogni probabilità affiancati da Regno Unito e Australia come sancito dal recente trattato militare chiamato appunto Aukus (US, UK, Australia). Paesi che, se pure non andassero allo scontro militare (davvero sarebbero pronti a combattere per proteggere Taiwan?), potrebbero creare alla Cina notevolissimi problemi. Siamo sicuri che Taiwan per Pechino sia così preziosa? Davvero il vecchio sogno della riunificazione vale tanta pena, per una Cina che nel 2013 è diventata la più grande economia mondiale, dal 2019 detiene il record di attivo nella bilancia commerciale (anche nello scorso agosto ha portato a casa 45 miliardi di dollari di profitti commerciali) e da anni fornisce agli Usa circa il 20% delle loro importazioni? In altre parole: per riconquistare Taiwan avrebbe senso compromettere una serie di relazioni grazie alle quali la Cina finanzia lo sviluppo interno, ben lungi dall’essere concluso visto che, per fare un esempio, il Pil pro capite di cui godono i cinesi è ancora 8 mila dollari l’anno inferiore a quello dei russi, che non nuotano nell’oro?

Il sospetto, quindi, è che valga il vecchio proverbio indiano: quando gli elefanti litigano è l’erba che soffre. Ovvero: Taiwan è il tamburo che la Cina percuote per mandare segnali al vero avversario, cioè gli Usa. C’è una data importante alle viste: nel 2022 si svolgerà il XX Congresso del partito comunista cinese in cui Xi Jin-ping chiederà di essere confermato per la terza volta alla guida del Paese. E da quando (2013) Xi è al potere, la Cina ha cambiato postura: nella politica mondiale chiede, anzi pretende, lo spazio che si deve a una vera potenza. Da qui al Congresso, anche per ragioni di propaganda interna, Xi Jin-ping tutto farà tranne che alzare il piede dal pedale del nazionalismo o mostrarsi timido nei confronti degli Usa. Soprattutto ora che la presidenza Biden, recuperando temi irrisolti dell’era Obama e rileggendo certe pagine dell’era Trump, sembra più decisa a opporsi all’espansionismo cinese, soprattutto in Asia.

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