(Foto di Ansa)
MONDO. Il disgelo avanza riconsegnando alle Forze armate l’agibilità del campo di battaglia. Intanto i negoziati procedono.
Lo «spirito» di Ginevra ha dato una mano a russi e ucraini alla ricerca di una complessa intesa per porre fine alla tragedia che insanguina l’Est da quasi 4 anni, ma bisogna, per ora, accontentarsi. Stando alle dichiarazioni dei protagonisti e alle fughe «autorevoli» di notizie, la «sotto commissione» che cura le questioni militari avrebbe concordato le modalità tecniche di attuazione della futura tregua, mentre la «sotto commissione» politica continuerebbe a non riuscire a sciogliere il nodo territoriale. Già alla vigilia dei colloqui ginevrini la nomina di Vladimir Medinsky a capo delegazione da parte di Putin indicava che Mosca non era disponibile a compromessi. E così è stato: il nodo territoriale riguardante il destino del Donbas e della centrale atomica di Zaporizhzha si sarebbe ora ancor più ingarbugliato dopo un discorso del «falco» del Cremlino.
Nel gioco del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno va evidenziato che, a margine dei colloqui a tre (a cui hanno partecipato con Mosca e Kiev anche gli Usa), erano presenti diplomatici europei - senza i quali non si potrà poi siglare un accordo definitivo tra Russia e Occidente - e che la Svizzera è tornata ad essere la sede logica di un negoziato strategico per il Vecchio continente. Mentre in Ucraina il disgelo avanza a velocità sostenuta riconsegnando alle Forze armate l’agibilità del campo di battaglia, permane senza risposta la domanda se Putin voglia realmente la pace. Stando ad informative dei servizi segreti occidentali, il capo del Cremlino è convinto ancora di poter piegare militarmente gli ucraini nell’arco di uno o due anni. Poco importa quali saranno le perdite e il costo finale dell’«Operazione speciale». L’Istituto strategico Usa «Isw» sostiene pure che Mosca stia preparando una nuova mini mobilitazione generale come quella del settembre 2022. Un dubbio: non è che Putin stia scommettendo su un duro scontro armato tra Stati Uniti e Iran che indebolisca l’Occidente, sperando di farla franca?
Le due vere novità oggi sono semmai che gli europei hanno iniziato a rispondere mediaticamente alla propaganda del Cremlino, come dimostrano le pesanti affermazioni di Kaja Kallas («ministro degli Esteri» dell’Ue) nelle ore precedenti l’arrivo di Medinsky a Ginevra, e che gli occidentali hanno finalmente deciso di coordinarsi contro la «flotta ombra» di petroliere russe.
Se da una parte Pechino non ha mai comprato tanto «oro nero» da Mosca come sta facendo adesso colmando le mancate consegne da Venezuela e Iran, dall’altra l’India ha fermato le «triangolazioni» di greggio con Russia e Cina per paura dei dazi di Trump. Le conseguenze dell’ulteriore stretta dell’azione europea e americana sull’economia russa sono sempre più evidenti: si moltiplicano i fallimenti fra il business privato, fallimenti che stanno toccando anche il settore estrattivo e petrolifero; il costo della vita per la popolazione sta aumentando di continuo. «Solo se rimarrà senza soldi Putin verrà a più miti consigli», ripetono da anni veri esperti dell’Est.
Assai significativo, come già segnalato, è il cambio tattico occidentale sulla propaganda. Ad Ivangorod, all’ingresso della regione di Leningrado dall’Estonia, campeggia un enorme cartello con la scritta «La Russia non è una tigre di carta», in risposta all’espressione di segno opposto usata da Trump nei giorni in cui il presidente Usa era arrabbiato con Putin. In breve, stiamo tornando ai tempi dell’«impero del male» di memoria reaganiana. Colpire i russi nelle loro false certezze e riportarli alla realtà sono i nuovi obiettivi occidentali.
© RIPRODUZIONE RISERVATA