Una domanda sulle guerre per il nuovo umanesimo

MONDO. Il principio e la promessa che guidavano Enzo Biagi nel suo «fare tv» erano condensati in poche parole: «Non porterò acqua avvelenata nelle vostre case». Quanta acqua avvelenata entra invece nelle nostre case dai talk show che sollecitano la polarizzazione attraverso l’emotività e non si appellano alla ragionevolezza e al cuore.

Ai tempi del grande giornalista non esistevano i social, che sono diventati per molti utenti l’unica piazza di narrazione e di confronto con il prossimo legittimando ogni pensiero, anche quelli dei quali ci si vergognava a rendere pubblici. Questa deriva porta alla luce una disumanizzazione crescente non solo di governi ma pure di parti non marginali dell’opinione pubblica. Non è raro imbattersi in chi commenta in Facebook le atrocità delle guerre con il «like» del volto sorridente o con parole ciniche, rilevando anche doppi standard di giudizio, gli stessi che si imputano a leadership politiche, a proposito dei conflitti, per via di chiavi di lettura ideologiche da chi è rinchiuso in «comfort zone» identitarie, impermeabili ad ogni richiamo alla comune umanità. È un vulnus pre politico che richiederebbe una riflessione pubblica approfondita su chi siamo e su chi siamo diventati. La filosofia elabora la via di uscita da questa condizione, favorita dall’individualismo neoliberale, con la costruzione di un nuovo umanesimo che interpella la politica alla quale spetta il compito delle decisioni, ma anche le cosiddette «agenzie educative». Esiste però pur sempre una responsabilità personale alla quale siamo chiamati nell’esercizio del libero arbitrio: che persone desideriamo essere e con quali qualità che non siano quelle della prestazione dentro la competizione arrivistica?

Il 9 ottobre 2023, due giorni dopo il pogrom di Hamas, l’allora ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant annunciò un «assedio» completo di Gaza dicendo: «Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza». Il 24 luglio 2025 Amihai Ben-Eliyahu, ministro del Patrimonio culturale, appartenente all’estrema destra ultra nazionalista, dichiarò che «il governo sta spingendo affinché Gaza venga cancellata, sarà tutta ebraica. Grazie a Dio, stiamo estirpando questo male spingendo la popolazione che si è istruita sul Mein Kampf». Dichiarazioni razziste e manifeste dell’intento genocidario che si è realizzato nella Striscia. Dalla quale arrivano notizie agghiaccianti sulle condizioni di sopravvivenza dei suoi abitanti. Dopo l’uccisione di 72mila persone (18mila minori), altre 780 dopo la cosiddetta tregua, e la distruzione del 90% degli edifici, secondo dati delle Nazioni Unite l’81% dei siti per sfollati è segnato da infezioni cutanee, scabbia, pidocchi, malattie che si diffondono rapidamente in condizioni di sovraffollamento e scarsa igiene.Oltre 1,4 milioni di persone sono esposte ogni giorno a rischi sanitari gravi.

Viviamo un’epoca cupa e disumanizzata, evidente nei conflitti in corso ma anche dentro le nostre comunità dove avvengono fatti di cronaca nera raggelanti. Una regressione come accade nella storia, che non ha un percorso lineare dall’oscurità al progresso

Nella città ucraina di Kherson dal luglio 2024 è in corso il «Safari umano» (l’uccisione deliberata di residenti con droni , nelle abitazioni o per strada), chiamato così dagli assedianti russi, qualificato e denunciato da un rapporto dell’Onu come crimine di guerra e contro l’umanità. Nei giorni scorsi da zone dell’oblast di Kherson occupato sono giunti appelli a fermare l’aggressione dei droni che coinvolge migliaia di civili intrappolati senza cibo, acqua, medicine, elettricità e corridoi di evacuazione.

Il 15 aprile scorso il Sudan è entrato nel terzo anno di guerra: non dimenticata, mai beneficiata della giustizia di cinque minuti in prima serata tv. Eppure, fra gli altri orrori, nel Paese africano secondo il «World food programme» è in corso la più grave carestia al mondo (21 milioni di persone non hanno cibo a sufficienza) che si somma al record degli sfollati (11 milioni).

Viviamo un’epoca cupa e disumanizzata, evidente nei conflitti in corso ma anche dentro le nostre comunità dove avvengono fatti di cronaca nera raggelanti. Una regressione come accade nella storia, che non ha un percorso lineare dall’oscurità al progresso. Siamo sempre più esposti all’angoscia, alla precarietà e alla solitudine, con il rischio di rifugiarci nelle «comfort zone» identitarie difensive, invece di cercare risposte attraverso la costruzione di relazioni pubbliche e di azioni positive. Portiamo la responsabilità e il dovere di partecipare all’edificazione di un nuovo umanesimo ribadendo i confini dell’inaccettabile. Anche nelle parole, non tutte dicibili: le opinioni sono rispettabili quando argomentate, non calunniose, e rispettose del prossimo. Tanto più a proposito di gravi violenze, c’è una domanda preliminare alla quale non possiamo sfuggire: se capitasse a noi?

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