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ITALIA. Le fibrillazioni di questi giorni, nel centrodestra e nel centrosinistra, danno il segno che si è ormai entrati nella campagna pre-elettorale: un anno da qui al voto, cioè un’eternità, aspettando quel che succede con il referendum sulla giustizia.
Sarà una produzione calorica di conflitto politico, poi difficile da smaltire. Al di là dell’urgenza della cronaca (non ultimo la difesa della legalità repubblicana dopo la guerriglia di Torino con il brutale pestaggio di un poliziotto), molto dipenderà dall’evoluzione del quadro internazionale, che per Giorgia Meloni è insieme il suo punto di forza e il suo lato debole. Il vantaggio competitivo del centrodestra è che è già in campo e che si riconosce, volente o nolente, nella guida della premier. Questo non succede dall’altra parte. I consensi dei due poli, all’incirca, si equivalgono e basta poco (diciamo il 3% la quota più o meno di Calenda) per fare la differenza. Quindi scostamenti pur piccoli nei numeri possono produrre effetti più grandi. I casi riguardano Vannacci e appunto Calenda, ma il primo è il più dirompente: scuote i rapporti fra Lega e FdI, sdogana una pericolosa competizione sull’estrema destra per un Salvini già collocato sul lato estremo e allerta la stessa Meloni, per la quale vale l’imperativo di non scoprirsi a destra su temi-bandiera come immigrazione e ordine pubblico. Quella di Vannacci è una mina vagante, ma non è detto, sul piano delle reciproche convenienze, che scoppi adesso, benché l’idea di farsi un partito senza freni inibitori e che insegue lo scontro sia coincisa con il «momento Minneapolis», la rappresaglia degli agenti di Trump.
Comunque finisca, il salvinismo deve pagare un prezzo, in termini di condizionamento e di gestione del partito, all’ingombrante ex generale promosso vicesegretario dopo il salvataggio dei lumbard alle Europee con le sue 500mila preferenze. Andandosene (o se vi è costretto), drena voti alla Lega e presumibilmente anche a pezzi di FdI, ma delimita pure i confini del salvinismo. Se resta, la quadra diventa problematica: l’ala nordista, riassunta da Zaia e Fontana, che già avverte l’offensiva di Meloni nei propri territori, mugugna per questo «scarroccio a destra» e per ora non strappa in nome della disciplina di partito. E tuttavia, facendo di necessità virtù, accetta la convivenza con un «corpo estraneo», un’«anomalia», come è stato detto: in sostanza un ulteriore svilimento dell’identità delle origini, oltre il perimetro della realpolitik. La Lega, come s’è visto con la diserzione di due parlamentari sugli aiuti all’Ucraina, comincia a non essere più un monolite.
Più semplice l’apparente intesa cordiale in chiave centrista fra Calenda e Tajani: apparente, perché siamo ai preliminari e perché il leader di Azione, l’unico ancora non schierato né di qua né di là, ama giocare per sé. Tajani ha bisogno di rafforzare la gamba centrista nella maggioranza e di consolidare la sua leadership dopo le critiche della real casa berlusconiana e la sfida interna che gli viene da Occhiuto. Il leader di FI ha retto bene le prove elettorali di questi mesi, ed è già qualcosa, oltre al sorpasso che gli è riuscito sulla Lega: convince, però non seduce. Nel Pd permangono gli scricchiolii ora manifesti ora sottotraccia, ma restano tali. Elly Schlein punta tutto sul campo largo con Conte, un alleato con molte virgolette, e intende affermarsi leader condivisa del centrosinistra. Quando però sarà il momento di decidere, dovrà vedersela con l’ex premier competitore irriducibile. Un partito divenuto politicamente meno plurale di prima, ma che lo rimane nelle divisioni: per ultimo il referendum sulla giustizia, mentre il centrodestra è compatto nel sostenere la riforma Nordio. La segreteria dem punta a riprendersi il popolo di sinistra secondo una formula identitaria, lasciando ad altri il compito di costruire una gamba centrista esterna al Pd che all’attuale leadership spostata a sinistra non riuscirebbe: in questo il ruolo giocato dal ritrovato Renzi è il corollario indispensabile della strategia. Le tornate regionali sono state superate abbastanza positivamente, ma il Pd è zavorrato da un limite manifesto: quello di non venir percepito come una credibile alternativa alla destra. Una destra che avverte come questo continui ad essere il suo tempo, nonostante errori ed omissioni ad esempio nelle relazioni con l’America di Trump. Anche gli ultimi sondaggi dicono che cresce il gradimento per la premier e il governo, ma è Meloni a dominare, occupando tutti gli spazi disponibili.
È singolare che la bocciatura di Trump da parte della maggioranza degli italiani si affianchi all’aumento del consenso alla premier che dell’equilibrismo ha fatto la sua cifra, alternando compiacimento a dissociazioni. L’esposizione internazionale della premier salda l’apprezzamento ricevuto con il rischio che il tycoon sia la pietra d’inciampo della premier. Il suo protagonismo si fa più evidente nella misura in cui non trova contraltari né a destra né tantomeno a sinistra. Lei viene vista come la garante di una stabilità che, con tutto quello che succede, significa ridurre i danni del caos internazionale.
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