Le guerre impantanate a est, è ora di pace
MONDO. E’ l’ora della pace ad Est, di farla finita con questa spaventosa tragedia. Il contesto internazionale sta cambiando velocemente e quello che ieri poteva sembrare logico a certi politici, oggi non lo è più.
Con gli Stati Uniti, che sono stati impantanati da Trump in una guerra senza strategia con l’Iran - provocando anche una grave crisi energetica globale - si sono aperti imprevisti spazi diplomatici. Ormai anche il più fervido sostenitore dell’attuale corso del Cremlino si rende conto che la linea diplomatica, seguita dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, non sta più in piedi.
È palese il fallimento del tentativo di dividere gli occidentali dagli ucraini. Gran Bretagna, Canada, Giappone e Unione europea si sono ancor più arroccati nella difesa di Kiev. Il ricordo del 1945, con il Vecchio continente lasciato nelle grinfie di Stalin, è indelebile!
L’attacco ai porti sul Baltico di Ust-Luga e di Primorsk, con pesanti danni alle infrastrutture energetiche, da parte dei droni ucraini e l’attacco missilistico sul Volga sono il segnale dell’inizio di un’ulteriore escalation. E infatti Putin ha appena dato l’ordine di preparare una nuova offensiva sul terreno e di attrezzarsi ad un paio di anni ancora del presente scenario. L’annuncio avviene proprio quando gli esperti occidentali affermano che, dalle loro rilevazioni, l’avanzata russa in Donbass è al momento ferma.
Lo spargimento di sangue è immane come le sofferenze della popolazione; il campo di battaglia – il Donbass – è totalmente distrutto e ci vorranno decenni con mega-investimenti da centinaia di miliardi di dollari per rimetterlo in piedi
Il 3 aprile sono passati 1.500 giorni dall’inizio dell’«Operazione militare speciale». E i risultati sono sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Lo spargimento di sangue è immane come le sofferenze della popolazione; il campo di battaglia – il Donbass – è totalmente distrutto e ci vorranno decenni con mega-investimenti da centinaia di miliardi di dollari per rimetterlo in piedi.
Il nodo territoriale, riportano fonti diplomatiche, è il principale ostacolo ad una tregua. Una domanda: ma chi vorrebbe accollarsi il peso della ricostruzione di una regione, piena di mine (ci vorranno non meno di 20 anni per sminarla); con le infrastrutture industriali vecchie, fatiscenti, a pezzi; con le miniere (la grande ricchezza) totalmente allagate?
Con il profilarsi di una grave crisi energetica globale il Cremlino spera, invero, di riempire i forzieri, ora mezzi vuoti, per continuare nella sua crociata contro l’Ucraina e l’Occidente
Come si fa, allora ci viene risposto, a giustificare certe concessioni in presenza di terribili perdite umane presso l’opinione pubblica interna?
Basta dichiarare la vittoria unilateralmente e fermarsi! Con i mezzi propagandisti esistenti oggi la massa - che per di più è stufa di questo interminabile conflitto - accetterebbe l’esito del campo di battaglia.
Poi toccherà a super-diplomatici trasformare una tregua in una pace duratura, inventando schemi che non mortifichino troppo il diritto internazionale.
La tregua rigettata
Facendo un passo indietro, il Cremlino ha rigettato la proposta di Kiev di una tregua per la Pasqua ortodossa. Il suo portavoce ha spiegato che Zelensky la vuole per fermare le truppe russe in avanzata su tutta la linea del fronte.Con il profilarsi di una grave crisi energetica globale il Cremlino spera, invero, di riempire i forzieri, ora mezzi vuoti, per continuare nella sua crociata contro l’Ucraina e l’Occidente.
Al contrario, questo sarebbe il momento di ricordarsi dei primi passi compiuti da Mosca negli anni ’80 con la politica della «buona volontà» verso l’Occidente. La tensione precedente venne abbassata e si arrivò alla firma del trattato Inf (sui missili a medio-corto raggio) di Reykjavík del 1987. Servono scelte politiche coraggiose e veri leader, che risolvano questioni regionali e continentali con un mega-accordo. Altrimenti continuerà lo stillicidio di morti di civili nei mercati e dei militari al fronte.
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