Referendum, un unicum nella storia elettorale
ITALIA. Comunque vada a finire, il voto del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati resterà un unicum nella storia elettorale italiana.
Innanzitutto, perché diversamente dai precedenti voti, con i quali gli italiani erano chiamati a confermare o a cassare una legge, qui non c’è da superare il quorum del 50% dei votanti. Non si tratta di un semplice dato materiale. La norma comporta una grande ricaduta politica. Obbliga le parti in lotta a incrociare le spade. Non è consentita la diserzione. I contrari alla cancellazione della legge non possono cioè far conto, come al solito, sulla notoria difficoltà di portare alle urne un numero di elettori superiore al 50%; a maggior ragione su una questione ostica come la separazione delle carriere dei magistrati.
La particolarità del referendum confermativo
I fautori della legge sottoposta a referendum nei precedenti casi si erano fatti furbi. Quando valeva un quorum assai alto da superare, ai favorevoli alla legge bastava invitare i propri fan a disertare le urne per scongiurarne la cancellazione. Questo giochetto ora non vale. Lo schieramento favorevole alla legge è chiamato anch’esso a mobilitare il proprio elettorato. Lo scontro si fa perciò più duro (già lo si vede), anche perché i due schieramenti si sono molto avvicinati nei sondaggi. Il vantaggio sembrerebbe addirittura passato ai fautori dell’abrogazione della legge.
Il centrosinistra e la mobilitazione dell’elettorato
Con queste regole del gioco parte avvantaggiato il centrosinistra, aspramente contrario - come si sa - alla legge. Infatti, può far conto su una più alta capacità di reclutamento dei sostenitori, anche se non sono più i tempi in cui il Pci disponeva di una macchina organizzativa in grado di portare ai seggi milioni di elettori. S’è visto però che la sinistra ha ancor oggi una grande facilità a reclutare il suo elettorato. Lo ha fatto recentemente, in occasione del referendum abrogativo del Jobs Act. Nonostante fosse scontata l’inutilità del voto, è riuscita a portare alle urne ben 13 milioni di elettori. È facile prevedere che non saranno meno i suoi fedeli pronti ad apporre una convinta croce sul no.
Il centrodestra tra l’incudine e il martello
Il centrodestra Ben altra fatica è invece chiamata ad affrontare la destra. Non solo il suo elettorato non è abituato a mettersi ordinatamente in fila davanti ai seggi solo perché glielo ordinano le segreterie di partito. La destra sconta inoltre un altro handicap. Deve fare i conti con le grandi perplessità che nutre una parte dell’opinione pubblica conservatrice, osservante com’è dell’imperativo «legge e ordine», quindi poco disposta a remare contro i tutori dell’ordine: tra questi la magistratura, schierata in maggioranza per il no. La dirigenza del centrodestra si trova insomma stretta tra l’incudine e il martello. Non può disertare la lotta perché non ne guadagnerebbe certo da una vittoria del fronte avverso. Non può al contempo intestarsi al più alto grado la causa del sì se non vuole correre il rischio di trascinare la premier Meloni nella polvere.
Non per questo, il centrosinistra si vede spalancata davanti una strada tutta in discesa. La separazione delle carriere dei magistrati è stata una battaglia storica, oltre che dei radicali, anche dell’ala liberal del campo progressista. Il suo abbandono ha generato all’interno contrasti, dissidenze, anche aperte defezioni. Non deve trarre in inganno poi l’apparente unanimità dei partiti schierati per l’abrogazione della separazione delle carriere. Vale sempre la regola che la vittoria ha molti padri mentre la sconfitta fatica a trovarne uno. Schlein rischia grosso a mettersi in prima fila nella battaglia per il no. Non può nemmeno far conto che il suo principale alleato, l’avvocato di Volturara Appula, corra in suo soccorso se finirà nella polvere.
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