Referendum, lo scontro e il Governo al riparo

ITALIA. L’aveva già anticipato la presidente del Consiglio nella conferenza stampa di inizio anno, e il Consiglio dei ministri lo ha formalizzato ieri: il referendum sulla riforma della Giustizia si terrà il 22 e il 23 marzo.

Dunque da qui a quell’appuntamento ci separano due mesi, un tempo intermedio tra quanto voleva il Governo (avvicinare il più possibile la data agli inizi di marzo) e quello che chiedeva l’opposizione (dare tutto il tempo necessario alla campagna referendaria, spingersi fino ad aprile), una sorta di mediazione da cui non dovrebbero essere estranei gli uffici del Quirinale. Essendo un referendum confermativo, non è previsto il quorum, cioè sarà valido a prescindere da quanti andranno a votare. E poi vedremo se davvero il referendum sarà de-politicizzato, come assicura Giorgia Meloni. La quale, memore del clamoroso errore di Matteo Renzi, non lo vuole seguire su quella strada scivolosa: qualunque sia l’esito, dice la premier, il governo non ne sarà influenzato, quindi andrà avanti fino alla fine della legislatura come da programma. Se insomma gli elettori vorranno bocciare la riforma voluta dal governo, bocceranno quel provvedimento, non il governo in quanto tale.

La posizione delle opposizioni

E tuttavia provocare un’ondata di «no» che suoni anche come una delegittimazione del governo che su questa riforma ha puntato tantissimo - sia pure con diverse perplessità sotterranee non del tutto sopite - è esattamente quanto si ripropongono le opposizioni, quasi tutte sul piede di guerra con la sola eccezione di Italia Viva (libertà di coscienza), di Più Europa e Azione (favorevoli al sì) e di un pezzo del Pd che ricorda come la separazione delle carriere campeggiasse già in vecchi programmi del centrosinistra.

Il fronte del «No»

Lo slogan del «no» è netto: questa riforma serve a dare una bastonata alla magistratura di cui si limita l’autonomia e, in prospettiva, a mettere le Procure sotto il controllo del governo. Lo slogan dell’Anm che partecipa attivamente alla campagna per il «no», e che è stato motivo di accesa polemica è: «Volete un giudice sottoposto alla politica?». Neanche per idea, rispondono dal fronte del sì, nella riforma non c’è niente di tutto ciò: quello che si vuole è dare una vera terzietà alla magistratura giudicante rispetto alla situazione di oggi in cui le Procure possono contare su una vicinanza obiettiva con chi dovrà decidere sul loro lavoro.

Separare le carriere ha questa finalità e nello stesso tempo procedere per sorteggio all’elezione dei due separati Consigli superiori serve a smontare il sistema delle «correnti» dei giudici che si spartiscono promozioni e carriere in nome della fedeltà alla destra o alla sinistra. Questo è ciò che dice Forza Italia - che fa la battaglia in nome di Silvio Berlusconi che non riuscì a portarla a casa nella sua lunga battaglia con le «toghe rosse», come le chiamava lui - ed è quello che sostengono sia Fratelli d’Italia che Lega, due partiti che pure, sin dai tempi di Tangentopoli, hanno nel loro Dna una tradizione più giustizialista che garantista, ma da tempo polemizzano con l’uso della giustizia a fini politici. Fini sempre a favore - sostengono - della sinistra e dei suoi amici nelle Procure e nei giornali.

Come si capisce insomma questa è una battaglia troppo politica, troppo combattuta e da troppo tempo, per pensare che a marzo possa svolgersi un sereno referendum sul «merito» della riforma. No, lo scontro sarà duro e senza risparmio di colpi, anche bassi. Tenerne al riparo il governo non sarà impresa semplice e Giorgia Meloni dovrà fare molto affidamento sul suo pugno di ferro e il suo carisma.

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