Cronaca / Bergamo Città
Mercoledì 28 Gennaio 2026
I truffatori alzano il tiro: colpi anche da 200mila euro
ANZIANI NEL MIRINO. I finti carabinieri incutono timore: «Lei è indagato, mostri i suoi gioielli ai miei colleghi». E ora usano auto a nolo, centralinisti e tanta tecnologia.
Ad Albino il colpo aveva fruttato 200mila euro, tra gioielli e contanti. Consegnati a due falsi carabinieri – una donna di 48 anni e un uomo di 55 – da un ignaro pensionato, precedentemente convinto al telefono da un fantomatico capitano dell’Arma a mettere al sicuro i propri preziosi dopo una serie di furti avvenuti nella sua via.
Agiscono subdolamente, mettendo in atto un pressing emotivo sulla vittima e servendosi delle nuove tecnologie, ossia software in grado di far comparire sul display telefonico numeri corrispondenti alla caserma dei carabinieri più vicina o alla banca della vittima. Si chiama «spoofing» ed è un’arma micidiale. Perché il povero anziano di Albino si era pure insospettito, ma aveva abbassato la guardia quando aveva potuto controllare che il numero chiamante corrispondeva proprio a quello della stazione dell’Arma del suo paese. In linea l’inesistente capitano Bruno Lo Costa, presentatosi come comandante della caserma, invitava il signore a consegnare i propri averi a due colleghi che di lì a poco sarebbero passati a casa sua. «Finché ci saranno furti nella sua zona, li custodiremo noi nella nostra cassaforte, poi provvederemo a restituirglieli». Era il 5 maggio scorso: i due finti carabinieri, arrivati da Caserta sarebbero stati arrestati in flagranza due giorni più tardi per un colpo simile messo a segno in un’altra provincia (per quello ad Albino sono destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare).
Centralinisti e fattorini
Sono per lo più campani, questi specialisti delle truffe agli anziani, vere e proprie organizzazioni, con i «centralinisti» che agiscono dalla Campania e i «fattorini» che arrivano al Nord in trasferta, su auto prese a noleggio e non di rado soggiornando in b&b. Le vittime vengono contattate sul numero del telefono fisso, reperibile sulle Pagine Bianche, e indotte a rivelare quelli del cellulare perché possano essere tenute impegnate in conversazioni dal tono poliziesco, capaci di mettere in soggezione gli interlocutori, ma che hanno come unico fine quello di impedire che avvertano i figli o diano direttamente l’allarme. Venti colpi al mese in Bergamasca nei primi sei mesi del 2025. «Senza contare quelli non denunciati per la vergogna – avverte un inquirente –. In alcuni anziani queste truffe generano una spirale di depressone che può portare i soggetti più fragili anche alla morte per tracollo fisico e mentale o al suicidio».
Il falso avvocato e l’incidente
Un 35enne, di Cardito (Napoli), e un 48enne, di Napoli, il 6 novembre del 2023 si presentarono a una 84enne di Ponteranica come collaboratori del sedicente avvocato che poco prima al telefono aveva avvertito l’anziana dell’incidente occorso al figlio, accusato di aver investito una donna. «Per evitare guai bisogna versare una somma alla ferita», aveva detto la voce al telefono, mentre un complice simulava un pianto. «È suo figlio, signora, è talmente sconvolto che non riesce a parlare». La vittima aveva consegnato ai due «fattorini» 7.000 euro tra contanti, orologi e anelli d’oro. Entrambi i truffatori furono identificati grazie alla Jeep Renegade (ripresa dalle telecamere comunali a Ponteranica) su cui in giornata avevano compiuto il tragitto Napoli-Bergamo-Napoli: nella serata del medesimo giorno uno dei due si era presentato per una misura cautelare alla stazione dei carabinieri di Napoli Stella, raggiunta con la stessa auto. Per entrambi è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare.
Stesso escamotage era stato utilizzato il 16 settembre scorso per raggirare un’anziana residente in via Don Carlo Botta a Bergamo. Al telefono un sedicente poliziotto informava come la figlia avesse investito una bambina. La signora se l’era cavata porgendo al falso agente che aveva bussato alla sua porta (un uomo di 26 anni, napoletano di Giugliano, successivamente identificato tramite l’auto e pure lui destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare) l’anello d’oro che portava al dito.
Truffe, prescrizione probabile
L’exploit di truffe agli anziani registrato negli ultimi anni non è casuale e il sospetto è che a rendere affollato il ramo siano i rischi relativamente lievi rispetto ad altri reati come la rapina o lo spaccio di droga. A cominciare dalle pene che, seppur recentemente inasprite, restano un inconveniente tutto sommato accettabile per i malviventi. Ma, soprattutto, non è raro che questo reato cada in prescrizione. Perché una raggiro finisca fuori tempo massimo ci vogliono, a seconda dei casi, dai 6 ai 7 anni e mezzo. Ma spesso i dibattimenti, visto l’overbooking processuale cui devono far fronte quasi tutti i tribunali italiani, vengono fissati a distanza di almeno un paio danni. E così la linea di confine tra punizione e impunità si assottiglia, considerando anche il fatto che i gradi di giudizio sono tre.
«Indagata per ricettazione»
Sospettata di essere una ricettatrice era l’accusa che un presunto maresciallo della Guardia di finanza aveva rivolto al telefono a un’anziana che abita in via Tito Legrenzi a Bergamo il 9 gennaio 2025. Per eliminare il dubbio e per scongiurare l’onta di un’annunciata perquisizione con militari in divisa e auto con insegne della Gdf parcheggiate fuori casa, il fantomatico sottufficiale si era offerto di far passare un collega in borghese incaricato di controllare la bontà della provenienza dei monili che la donna custodiva nella camera da letto. Il bottino era stato recuperato dai carabinieri di Bergamo che poco dopo si erano insospettiti alla vista di un uomo che procedeva a passo spedito in viale Giulio Cesare, sotto la Curva Nord dello stadio. Un uomo di 55 anni, di Casoria (Napoli), era stato bloccato e reso oggetto di un’ordinanza di custodia cautelare.
La signora isolata
Diabolici i «telefonisti» complici di un 48enne di Napoli, salito a Bergamo il 27 marzo dello scorso anno per bussare ala porta di un’anziana residente in città. Un sedicente «tenente maggiore Ghidelli» al telefono aveva raccontato di una rapina in provincia di Varese in cui risultava coinvolta l’auto della loro famiglia. Ovvia e istantanea la richiesta: controllare i gioielli che avevano in casa. Ma il presunto ufficiale si era accorto che nell’abitazione in quel momento erano presenti pure il figlio e il marito della signora. E così, per isolarla, aveva invitato i due uomini a presentarsi con la loro auto, «per verifiche al mezzo», alla stazione dell’Arma di via Novelli. Una volta giunti nei pressi della caserma, il «tenente maggiore Ghidelli» li aveva avvertiti che, no, dovevano raggiungere il tribunale dove, per esigenze investigative, erano attesi dal pm. Era solo un espediente per tenere lontano i due dall’abitazione, dove nel frattempo s’era presentato un complice per farsi consegnare i gioielli. Il 48enne napoletano era giunto in taxi e le telecamere installate sull’auto di servizio pubblico avevano consentito di identificarlo (anche lui è stato destinatario di u’ordinanza di custodia cautelare).
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